Toy Story 5

Scritto e diretto dall’infallibile veterano Andrew Stanton, Toy Story 5 è un vero e proprio ritorno a casa, in una comfort zone spettatoriale e generazionale. All’immancabile perfezione dei pixel e dei parti creativi di RenderMan si sommano idee e scrittura, sguardo sulla contemporaneità e travolgenti (buoni) sentimenti: Woody, Buzz e soprattutto Jessie sono gli eroi romantici di un’età che non tornerà più, ma che possiamo tramandare, donare ai nostri figli. Ma in che modo? Con quali mezzi? Stanton e soci non cercano risposte roboanti e definitive, ma una possibile forma di equilibrio: come direbbero gli alieni spielberghiani, tutto passa attraverso l’empatia e l’ascolto.

Jimmy Dean, Jimmy Dean

I giocattoli sono tornati e questa volta incontrano la tecnologia. Woody, Buzz Lightyear, Jessie e il resto della banda devono affrontare una nuova sfida quando si trovano faccia a faccia con Lilypad, un nuovissimo tablet che arriva con le sue idee rivoluzionarie su ciò che è meglio per la loro bambina, Bonnie. Il momento del gioco sarà mai più lo stesso? [sinossi]

L’eterno ritorno all’isola che non c’è premia per l’ennesima volta la Pixar, qui saldamente aggrappata alla vecchia guardia. Una vecchia guardia che non è solo quella dei giocattoli, in primis i seminali Woody e Buzz, ma che è rappresentata perfettamente da Andrew Stanton, secondo storico animatore dell’ex-LucasFilm Computer Graphics Project dopo il fondatore John Lasseter. Sceneggiatore fin dal fatidico 1995 della saga, ma anche co-regista di A Bug’s Life – Megaminimondo (1998) e regista dei fondamentali Alla ricerca di Nemo (2003) e WALL•E (2008), Stanton non ha semplicemente la ricetta giusta: è lui la ricetta. Al di là di qualche forzatura per inserire qui e là alcuni personaggi che nel corso della saga, cortometraggi compresi, avevano lasciato il segno (ad esempio, lo spassoso Combat Carl di Toy Story of Terror!), è la scrittura la ragion d’essere di Toy Story 5: la scrittura, ovvero le idee. Idee con una linea intorno. Insomma, l’essenza dell’animazione, anche nella sua declinazione digitale, anche per un colosso come la Pixar\Disney.

E se dal punto di vista tecnico l’asticella è ancora più alta (impossibile il confronto con i personaggi umani della prima avventura, sembrano essere passate ere geologiche), la tridimensionalità dei personaggi è soprattutto narrativa: alla non comune capacità di gestire commedia e dramma, avventura, gag e citazioni, si somma infatti la costruzione dei personaggi, sia nella singola pellicola sia nell’arco della lunga serie di film e corti\cortissimi – ad esempio, si vedano i sette minuti di Non c’è festa senza Rex (2012) di Mark Walsh. Sviscerati ampiamente Woody e Buzz, non a caso coprotagonisti e non più protagonisti (anche se la moltiplicazione dei Lightyear riporta costantemente lo Space Ranger al centro della pellicola), Toy Story 5 si focalizza sulla parabola di Jessie, sulla necessità di chiudere i conti col passato, di trovare un nuovo equilibrio con la sua bambina e col mondo esterno: specchio della nostra società, di una contemporaneità digitale\virtuale che viaggia a ritmi fin troppo sostenuti e ci bombarda da ogni angolo (non a caso, a essere intrappolati dai vari device non sono solo i bambini), il film di Stanton e Kenna Harris si nutre del paradosso dei suoi creatori, animatori da sempre proiettati verso il futuro ma visceralmente legati al passato – si pensi al contrasto evidente tra le modalità produttive della Pixar, persino agli investimenti della Disney sull’intelligenza artificiale, e ai debiti creativi di Lasseter e soci nei confronti della poetica\estetica ghibliana.

Toy Story 5 porta con sé l’afflato nostalgico e drammatico di Up (la collina, quella collina), il geniale incipit del secondo capitolo (proprio per questo, nonostante la confezione impeccabile e luccicante, Lightyear – La vera storia di Buzz è un’occasione mancata), il gusto per l’avventura che diventa anche sfrenato action (si vola ancora una volta, perché non c’è limite all’immaginazione e all’animazione) e l’irresistibile magia dei giocattoli animati, suggestione narrativa che sostanzialmente accompagna l’animazione da sempre. E così, oramai abituati ma in fondo sempre un po’ stupiti, ci si commuove insieme a Jessie, si ride di e con Buzz, si riabbracciano i vecchi amici (anche per pochi fotogrammi: la coralità viene un po’ a mancare, ma è il prezzo del tempo che passa) e ci si innamora di quelli nuovi, anche di quelli che all’inizio sembrano graficamente e narrativamente improbabili. Ma, appunto, questa è magia…

Info
Il trailer di Toy Story 5.

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