Tutti i soldi del mondo

Tutti i soldi del mondo

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Tutti i soldi del mondo verrà ricordato, difficile dubitarne, per la scelta della produzione e di Ridley Scott di sostituire il “disdicevole” Kevin Spacey, rigirando le sequenze che lo riguardavano con Christopher Plummer al suo posto. Ma al di là di questa scelta discutibile il film si dimostra una debole e facile riflessione sulla ‘povertà’ morale, privo di reali contenuti e stranamente anche di forma.

Dimostrare il proprio valore

Roma, 1973. Alcuni uomini mascherati rapiscono un ragazzo adolescente di nome Paul Getty III, nipote del magnate del petrolio Jean Paul Getty, noto per essere l’uomo più ricco al mondo e al tempo stesso il più avido. Il rapimento del nipote preferito, infatti, non è per lui ragione sufficientemente valida per rinunciare a parte delle sue fortune, tanto da costringere la madre del ragazzo Gail e l’uomo della sicurezza Fletcher Chace a una sfrenata corsa contro il tempo per raccogliere i soldi, pagare il riscatto e riabbracciare finalmente il giovane Paul. Una vicenda pubblica e privata che sconvolse il mondo per aver rivelato a tutti un’incredibile verità: che si può amare di più il denaro che la propria famiglia… [sinossi]

Su Tutti i soldi del mondo grava, superfluo sottolinearlo, il fantasma fin troppo materico di Kevin Spacey, il Jean Paul Getty originale, quello di cui era stato già trasmesso il primo trailer. Erano pronti i manifesti, con il volto di Spacey, da diffondere come i poster su cui nel 1973 a Roma si chiedevano notizie dello scomparso Paul Getty III [1], il nipote dell’uomo più ricco del mondo che venne rapito dalla ‘ndrangheta dando via a quel domino di eventi che portò alla ribalta l’etica – se così la si vuol definire – del petroliere, del tutto disinteressato a parole del destino del figlio di uno dei suoi figli… Spacey è l’ectoplasma che è stato rimosso, il “maligno”, l’appestato che non doveva in nessun modo figurare in un film. I fatti sono noti, ed è inutile tornare a discutere di vittime e carnefici; la scelta operata dalla produzione su richiesta di Ridley Scott ha però del sensazionale, visto che ha portato allo slittamento di qualche mese dell’uscita del film per permettere al regista britannico di girare nuovo materiale con Christopher Plummer al posto di Spacey [2]. Un gigantismo d’altri tempi, di una Hollywood che sembra oramai dispersa nelle brume del tempo. Una dimostrazione di forza e di potere che forse avrebbe trovato apprezzamento proprio in quel Getty, miliardario senza scrupoli – e con ben più di uno scheletro nell’armadio – che fece finta di nulla quando dall’Italia giunse la notizia del rapimento di uno dei suoi eredi. Il patrimonio è da difendere, prima ancora del sangue del proprio sangue.
Ruota in fin dei conti attorno a questo perno il significato di Tutti i soldi del mondo, il suo senso più intimo. La metafora portata a galla dalla sceneggiatura di David Scarpa – nel suo curriculum, prima di questo lavoro, solo Il castello di Rod Lurie e il remake di Ultimatum alla Terra firmato da Scott Derrickson: due titoli che non fanno della finezza psicologica e della costruzione narrativa il proprio punto di forza – è fin troppo facile e immediata, quasi banale nella sua evidente semplicità. I soldi corrompono l’animo degli uomini, e l’utilizzo dell’aggettivo ricco dovrebbe essere più oculato, o almeno stratificato.

Il Getty di Plummer/Spacey (può essere considerato tale, visto che in fase di sceneggiatura pare non sia cambiato alcunché? E Plummer ha visionato il lavoro che aveva svolto il suo collega prima di accettare la parte?) è un vecchio avaro, avido, un Paperon de’ Paperoni, uno Scrooge, un uomo che preferirebbe perdere figli e nipoti piuttosto che privarsi di una parte pur minima del suo denaro. Il suo modo d’agire, scaltro e crudele, non è poi così dissimile dalla ‘ndrangheta della famiglia Mammoliti; anzi, un appartenente alla criminalità organizzata può dimostrarsi più di buon cuore rispetto alla gelida mente di Getty, tutta concentrata esclusivamente sui concetti di perdita e profitto. Una lettura del capitalismo sicuramente feroce, ma anche banale, così come il carceriere dal buon cuore Cinquanta – che si trova “costretto”, persa la sua falange di scherrani in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine, a vendere il ragazzo ai Mammoliti – interpretato da Romain Duris, plateale nella sua incredibilità, risulta un personaggio scritto con sciatteria, non approfondito, umano ma non vero.
Essenzialmente c’erano due modi per affrontare una messa in scena di ciò che avvenne tra il luglio e il dicembre del 1973, e che portò al pagamento di un riscatto miliardario per le lire dell’epoca. Si poteva puntare tutto sulla metafora leggibile nel volto e nelle azioni di Getty, sull’apparentamento tra il denaro mosso “legalmente” e quello gestito dalla ‘ndrangheta (non a caso la ripetizione dello schema nel conteggio del denaro, sia che si tratti di una banca sia che si tratti dei Mammoliti, è una delle poche intuizioni davvero brillanti nella regia di Scott), sulla predilezione degli oggetti immoti rispetto alla volubilità dell’animo umano. Allo stesso tempo si poteva invece decidere di giocare le proprie carte sul registro della ricostruzione storica, puntando all’analisi di un periodo di caos mondiale in cui l’opulenza del capitalismo occidentale iniziava ad arrancare rispetto alle realtà emergenti. Entrambe le scelte sarebbero state interessanti, anche perché il rapimento Getty è una delle azioni criminali più affascinanti – nel racconto – degli anni Settanta.

Scott però decide di restare nel mezzo, lasciandosi ben presto scivolare dalle mani il film. Così da un lato Getty diventa quasi un personaggio secondario, lasciando la scena a due figure monocordi come la nuora Abigail interpretata da Michelle Williams e l’ex agente della CIA al soldo di Getty, un Mark Wahlberg poco convincente anche per colpa di una scrittura raffazzonata e poco avvincente; dall’altro la ricostruzione storica ha il retrogusto amaro di un’occasione sprecata. Basterebbe la risibile sequenza con protagonisti i membri delle Brigate Rosse per rendere evidente il totale scollamento di Tutti i soldi del mondo dal concetto pur labile di veridicità storica. Di meglio non va con una ‘ndrangheta che parla siciliano nel pessimo adattamento dei dialoghi, o con un mondo arabo che cita l’OPEC ma sembra uscire da un feuilletton con protagonista James Bond.
Privo di un’analisi dei personaggi che cerchi minimamente di studiare una psicologia credibile, debole sotto il profilo formale – e questo è davvero raro da riscontrare nel cinema di Scott –, sciatto nella descrizione del mondo di quarant’anni fa, Tutti i soldi del mondo naufraga definitivamente nel finale, scegliendo di tradire la biografia per lanciarsi in una sovrapposizione di grana grossa come quella che vede il giovane Getty liberato – in realtà fu la ‘ndrangheta a lasciare il ragazzo sulla Salerno-Reggio Calabria, senza nessun intevento di polizia o di ex agenti della CIA – proprio mentre il nonno esala l’ultimo respiro. Tralasciando ciò che accade in scena dopo (con la Williams che gestisce gli affari della Getty Oil in attesa che i figli raggiungano la minore età: peccato che lei non fosse parente dei Getty e che in vita ci fossero altri figli del magnate, come per di più accennato anche in sceneggiatura) permane l’impressione di un’opera priva di interesse, incapace di appassionare nella sua progressione thriller/action e basica ai limiti dell’età prescolare per quel che concerne invece la narrazione di ciò che fa il denaro, e di come vi si approccia l’umano agire. Tutti i soldi del mondo non possono far acquistare l’etica e la morale, ma si presume siano in grado di portare a termine una produzione più riuscita…

NOTE
1. Curiosità: il ragazzo, che avrà una esistenza tormentata, reciterà ne Lo stato delle cose di Wim Wenders e sarà padre di Balthazar Getty, attore tra gli altri per David Lynch (Strade perdute e il nuovo Twin Peaks), Oliver Stone (Natural Born Killers), e proprio Ridley Scott in L’Albatross – Oltre la tempesta.
2. Dal pressbook di Tutti i soldi del mondo è possibile estrarre queste diachiarazioni del produttore Dan Friedkin: “Non appena siamo venuti a conoscenza di quelle terribili accuse, solo sei settimane prima della data di uscita prevista nelle sale, abbiamo capito che non saremmo mai andati avanti con il film così com’era. In tutta coscienza non potevamo lasciare che quelle denunce rimanessero inascoltate. Quando Ridley e io abbiamo preso la decisione di girare di nuovo con Christopher Plummer, tutto il cast e la troupe hanno aderito senza esitare, e non potremo mai ringraziarli abbastanza per il totale impegno dimostrato durante tutta la lavorazione”.
Info
Il trailer italiano di Tutti i soldi del mondo.
Il trailer originale di Tutti i soldi del mondo.
La scheda di Tutti i soldi del mondo sul sito della Lucky Red.
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