Una storia senza nome

Una storia senza nome

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Una storia senza nome rappresenta il nadir della già non formidabile filmografia di Roberto Andò: una storia scombiccherata e mal scritta, una recitazione completamente fuori controllo e un’ambizione sfrenata che trova scarsi appigli nella realtà. Fuori concorso, con molta generosità, alla Mostra di Venezia.

La natività

Valeria, giovane segretaria di un produttore cinematografico, vive appartata, sullo stesso pianerottolo della madre, e scrive in incognito per uno sceneggiatore di successo, Alessandro Pes. Un giorno la donna viene avvicinata da un misterioso poliziotto in pensione che le vuole raccontare una storia criminale. Valeria è guardinga ma lo ascolta affascinata. Quando torna a casa usa quello che ha udito per scrivere un soggetto: sarà la prossima sceneggiatura di Alessandro Pes, di cui i produttori attendono da tempo la consegna. Il soggetto piace molto, al punto che a finanziare il film entrano anche dei gruppi stranieri e per dirigerlo viene ingaggiato un regista americano un po’ anziano ma di culto. Tuttavia quel soggetto si rivela pericoloso: la Storia senza nome racconta, infatti, il misterioso furto di un celebre quadro di Caravaggio, La Natività, avvenuto nel 1969 a Palermo per mano della mafia. Le conseguenze non tarderanno ad arrivare e Valeria si troverà ad assumere un ruolo per lei insolito. [sinossi]

Una storia senza nome è il titolo non solo del film di Roberto Andò, il sesto della sua carriera, ma anche dello script che pur essendo firmato da tal Alessandro Pes è in realtà scritto da Valeria, una segretaria di una casa di produzione, tutto casa – con mamma – e lavoro. Lo script non è neanche ideato da Valeria, ma da un misterioso figuro, che potrebbe appartenere ai servizi segreti, che racconta alla giovane donna una storia, quella del furto quasi cinquant’anni fa (ricorreranno nel 2019, e non è probabilmente un caso che questo film veda la luce adesso) della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio. Il dipinto fu trafugato per opera della mafia dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, e da allora se ne sono perse completamente le tracce, anche se alcuni pentiti hanno affermato che fu dato in pasto ai maiali.
Quale che sia la verità, Andò si lancia in un’operazione a dir poco ambiziosa: il tentativo infatti non è solo quello di ricostruire una vicenda tutt’ora oscura, in cui rientra perfino la trattativa Stato-mafia, ma di aggiungervi una riflessione sul sistema industriale italiano, e sul concetto stesso di finzione e di messa in scena. Film nel film nel film che riflette di fatto su un istinto anche documentario, Una storia senza nome porta avanti la lettura che Andò fa del concetto di scrittura, di interpretazione del mondo e della Storia, di elaborazione letteraria. Elementi già enunciati a ben vedere fin dall’esordio Il manoscritto del Principe, con cui l’allora quarantenne cineasta palermitano alle prese nientemeno che con gli ultimi scampoli di vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Al di là delle intenzioni e dell’inserimento all’interno della filmografia di Andò, è davvero difficile trovare modi per approcciarsi a Una storia senza nome senza rimarcarne le profonde e insanabili debolezze. Basterebbe l’incipit che inserisce il personaggio di Pes introducendo la casa di produzione a cui deve la sceneggiatura – su cui è in ritardo da tempo immemore, visto che per di più non la sta scrivendo lui – per rendersi conto dello scollamento tra il film e non la realtà, elemento poco interessante e rivedibile, ma la credibilità. Forse anche per la partecipazione al cast di Antonio Catania la prima parte di Una storia senza nome sembra una puntata di Boris, deprivata però della verve comica e della volontà netta di parodiare il sistema; a questo si aggiunge ben presto la vera trama del film, tra il noir e lo storico, tra lo spionistico e il paranoico, in cui Andò finisce per perdere definitivamente la bussola.
Tra critici d’arte inglesi (ma privi di qualsivoglia accento) uccisi per aver spifferato troppo, flashback in bianco e nero, mafiosi all’acqua di rose e del tutto privi di credibilità, file da rintracciare nei computer e killer che si sono fatti trasformare in donne, Una storia senza nome deraglia e si trova impossibilitato a ritrovare qualsiasi tracciato di binario.
A questo si aggiunge la recitazione macchiettistica e irritante di una Micaela Ramazzotti mai così fuori parte, incapace di donare la minima empatia a un personaggio scritto in modo sciatto, simbolo di una mancanza di elaborazione in fase di sceneggiatura che è forse a ben vedere il più grave difetto di un film di per sé già disastroso. Raffazzonato sotto il profilo della trama, incapace di gestire i supposti tempi comici, Una storia senza nome maneggia la Storia senza cura né cautela, e si lancia in un metalinguaggio stantio, fuori senso e fuori tempo. Ne viene fuori uno scult assoluto, che supera ben presto i confini del ridicolo involontario e scatena un riso incontrollato nello spettatore. All’interno della già non indimenticabile filmografia di Andò si tratta senza dubbio del nadir artistico, e stupisce che si sia voluto trovare una collocazione pur fuori concorso alla Mostra di Venezia per questa opera con un nome ma senza autore – per citare un altro film in concorso al Lido – e senza idee.

Info
Il trailer di Una storia senza nome.
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