Hollywood Ending
di Woody Allen
Speciale Senza il cinema. Con il cinema.
Hollywood Ending non è uno dei migliori parti creativi di Woody Allen, ma consente al regista newyorchese di raccontare una volta di più – e con particolare crudeltà – il mondo di Hollywood, quel mondo che di lì a qualche anno tornerà di nuovo a emarginarlo e infangarlo, in barba a tribunali e inchieste archiviate. Rivederlo permette anche di godere in scena di una delle sue ultime interpretazioni per il grande schermo.
Saperla lunga…
Val Waxman è un regista newyorkese sul viale del tramonto, da sempre snobbato dalle major californiane almeno fino a quando la sua ex moglie – che lo ha lasciato per un potente produttore hollywoodiano – fa il suo nome per dirigere un film: all’inizio gli abbronzati imprenditori del cinema non sembrano molto convinti ma alla fine gli affidano il progetto ambientato a New York. Per Waxman è l’ultima occasione di tornare sulla cresta dell’onda. Ma il primo giorno di riprese accade un fatto bizzarro: Val perde la vista e diventa cieco… [sinossi]
– Non posso dirigere il film: NON CI VEDO
– Certo che puoi… Ma li hai visti i film che ci sono in giro?
Dialogo tra Val Waxman e il suo agente
Leggiadro, lieve, autoironico, Hollywood Ending non è uno dei migliori film di Woody Allen ma vale il prezzo del biglietto per alcune idee illuminanti tra cui ovviamente quella della cecità del protagonista, il regista ormai reietto Val Waxman, newyorkese fino al midollo e fanatico della Grande Mela che adora mettere in scena in bianco e nero. Ipocondriaco e sprezzante nei confronti dell’assolata California, in Waxman (se volessimo tradurlo in italiano il cognome potrebbe significare “uomo di cera”) non è per niente difficile scorgere lo stesso Allen qui impegnato in una delle sue ultime apparizioni sullo schermo. Un Allen che percepisce lontani i successi dei decenni precedenti e che sente di non avere un gran futuro nel riassetto della grande produzione americana. Un Allen che ha già contatti in Europa dove da lì a pochi anni andrà a girare film che rilanceranno molto la sua carriera. Un Allen che nel 2002 non aveva ancora idea di cosa gli sarebbe successo dopo la vittoria del suo quarto Oscar, quello per la miglior sceneggiatura originale per Midnight in Paris nel 2012, che scatenò nuovamente la macchina del fango che gli americani non hanno più smesso di scagliargli addosso arrivando oggi – in barba a tribunali e inchieste archiviate – a un ostracismo da cui pare impossibile tornare indietro. È in questo interregno, tra le polemiche che si speravano spente negli anni Novanta e la pre-partenza per il “grand tour” europeo, che nasce Hollywood Ending, uno dei film in cui Allen gioca maggiormente con il cliché che lo ha sempre voluto un autore americano più amato nel Vecchio Continente che nel suo, un tizio allergico al sistema hollywoodiano e alle logiche commerciali che nel nuovo Millennio si affermeranno definitivamente in tutta la loro pochezza.
Distribuito dalla Dreamworks e senza grandi nomi nel cast, Hollywood Ending non andò bene al botteghino e Allen nel suo libro A proposito di niente lo definisce “la maggior delusione della mia carriera”: il film a suo avviso funzionava, ma incassò poco e negli Stati Uniti venne accolto male dalla critica. E dire che il finale ironizza più sulla dabbenaggine europea (in particolare francese) nell’interpretare come un capolavoro un film girato da un non vedente, ovvero un’opera senza capo né coda: “Qui sono un poveraccio, ma laggiù… Grazie a Dio ci sono i francesi!” dirà giubilante Val nel conciliatorio finale, l’happy ending hollywoodiano cui allude il titolo. Il film è perfettamente “organizzato” con l’abituale meticolosità che contraddistingue gli script di Allen: si parte con una riunione di lavoro in un ufficio di Hollywood dove la ex moglie di Val, Ellie (Tea Leoni), suggerisce l’ex marito per dirigere il remake di un film gangster ambientato a New York negli anni ’40. Lo scetticismo serpeggia nella stanza dove il nuovo compagno di Ellie, il potente produttore Hal (Treat Williams), non è proprio entusiasta di ripescare un vecchio scarpone della East Coast per un film da 60 milioni di dollari. Ma, come dirà poi Ellie, quello è un film che il suo ex “può fare a occhi chiusi”. Nella seconda scena conosciamo Val che è in Canada in mezzo a una tormenta di neve per girare uno spot (“Io che ho vinto due Oscar!!!”): tornerà a casa subito dopo e prima del tempo, ritrovando nel tinello la giovane fidanzata svampita, Lori (Debra Messing), che gli rimprovera di aver abbandonato il set pubblicitario e gli rinfaccia di essersi stufata “di tutte queste chiacchiere su quanto eri importante dieci anni fa”. Nell’assolata Los Angeles, a bordo di una piscina nel villone di Hal, Ellie riesce intanto a convincerlo ad affidare il progetto al suo (in fondo ancora amato) ex: la produzione lascerà la California per incontrare il regista a New York. Le dicotomie tra coppie e ambienti sono chiare ed efficacemente presentate, ma è nel momento in cui il protagonista ottiene la sua possibilità di riscatto (con il desiderio piuttosto palesato di riprovarci con la fu moglie) che sopraggiunge il vero problema: il giorno di inizio riprese Val Waxman perde la vista. È cieco. Come farà a girare un film senza vedere e soprattutto senza farlo sapere alla ferale produzione? A questa idea brillante se ne affianca un’altra assai brillante: la presenza di un urlante ed esagitato direttore della fotografia cinese, voluto da Waxman (Allen predilige lavorare con direttori della fotografia non americani) e che parla solo mandarino stretto. Se il cinese è bisognoso di un interprete per comunicare, Waxman su consiglio del suo agente userà il giovane traduttore per aiutarlo nelle riprese: il ragazzo dovrà accompagnarlo sempre sul set e, per sommi capi, dirgli dove sono gli attori e cosa sta inquadrando. L’altra scelta divertente è inserire una giornalista che tenga il diario di bordo del film e che la produzione ha assoldato per assicurarsi una copertina su Esquire: le prime annotazioni della reporter raccontano di un genio imperscrutabile che pare non aver idea di cosa stia facendo ma invece ha tutto sotto controllo come solo i grandissimi artisti (“è un genio e il suo modo di girare è così anticonformista!”) e che ha un rapporto strettissimo con il direttore della fotografia visto che parla in continuazione con il suo interprete… La commedia degli equivoci è servita e offre momenti spassosi (la confessione inconsapevole alla giornalista circa la propria cecità) accanto a momenti meno ispirati (la riunione in hotel con Hal e complessivamente il debole ruolo della fidanzata Lori). Accanto alla verve comica si accompagna quella intimista: Val Waxman non ha niente di fisico ma tutto di psicosomatico ed è evidente che deve rimettere a posto qualcosa della sua vita privata per ripartire col piede giusto e tornare a vedere. A cominciare ovviamente dall’amore mai superato per Ellie fino al rapporto perduto con il figlio, un rocker tatuato e dai capelli verdi che a un concerto una volta ha ingoiato un topo (sul rapporto perduto con il figlio, forse, ogni riferimento non era puramente casuale e del resto Allen ignorava che l’unico figlio naturale che pensava di avere fosse frutto di un ben poco onorevole tradimento poi ululato persino orgogliosamente ai quattro venti dalla madre). La trama “intima” e quella comica si fondono poco e l’organizzazione meticolosa della sceneggiatura diventa, nella seconda parte del film, un po’ meccanica per portare a risoluzione il plot senza perdere di vista le gag.
Ovviamente Val terminerà le riprese e il film sarà una schifezza, ovviamente troverà modo di riavvicinarsi alla ex, ovviamente la giornalista lo umilierà a mezzo stampa, ovviamente con Hollywood non avrà più niente a che fare e un taxi lo accompagnerà all’aeroporto per raggiungere l’adorata Parigi che, sola al mondo, ha osannato quel guazzabuglio. Hollywood Ending risulta talvolta un po’ stanco, ma è molto ben girato ed esteticamente curatissimo, e nel complesso non manca di grazia né di battute divertenti anche sull’industria cinematografica di inizio millennio: “Chiama Benigni e chiedi quanto vuole per fare quel musical sulla Divina Commedia ambientato a Miami” o “Faccio parte di un gruppo di supporto per dirigenti cinematografici che non possono permettersi un jet privato”. Il film è attraversato da temi ricorsivi del cineasta declinati in maniera un po’ manieristica come l’eccesso di ipocondria e l’inutile ma ineluttabile ricorso alla psicanalisi, o l’amata che lo ha lasciato per trasferirsi a Los Angeles (Io e Annie) o la dicotomia tra le due città che allontana gli innamorati e li piega al cinismo che ritroveremo successivamente in Café Society. E ancora:la passione per il bianco e nero che fa tanto auteur e con cui Allen ha girato il suo più sentito omaggio a New York, Manhattan, ma pure l’altro suo film cinematograficamente più biografico, Stardust Memories;i conciliaboli della sua città in cui si parla di Hitchcock e Truffaut ai party; gli adorati locali d’antan; il tormento di non essere né carne né pesce né un grande regista europeo né un integrato regista americano. Una summa di tracciati già visti e destinati a tornare con cui il regista gioca con ispirazione altalenante. Allen è però eccezionale nella parte di Waxman, specie quando diventa cieco, ed è un vero piacere vedere questo grande attore in scena tanto più che non lo si rivedrà spesso in seguito e soprattutto non lo si vedrà più come un protagonista “in attività” amorosa, lavorativa, esistenziale. Hollywood Ending è così per certi aspetti l’ultimo saluto al pubblico di Woody Allen nella parte di se stesso e non a caso contiene considerazioni sia intime che sul cinema – realizzate in maniera assai meno riflessiva, vitale e complessa rispetto al quarantenne che girò Stardust Memories – e in particolare sull’impossibilità di trovare un posto in quel sistema ormai schiavo degli uffici stampa e della promozione, della targettizzazione del pubblico, del denaro come unico obiettivo. Da questo punto di vista è interessante una scena per altri versi del tutto superflua, ossia quella in cui il megaproduttore Hal riceve un premio come “uomo del cinema” dell’anno e fa un discorso per dire che la sala sarà da lì in poi solo una piccola parte dell’industria, un volano per il vero guadagno: l’homevideo. Ci aveva visto lungo su tante cose Allen, che assai crudelmente si mette in scena cieco e inadeguato, creatore di un film orrendo e migliorabile “solo col rogo”, ma non a sufficienza per intuire quanto la mannaia di quel mondo fosse ancora pronta a colpire, emarginare, infangare uno dei suoi più grandi registi e intellettuali.
Info
Hollywood Ending, il trailer.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Hollywood Ending
- Paese/Anno: USA | 2002
- Regia: Woody Allen
- Sceneggiatura: Woody Allen
- Fotografia: Wedigo von Schultzendorff
- Montaggio: Alisa Lepselter
- Interpreti: Aaron Stanford, Barney Cheng, Debra Messing, Erica Leerhsen, Fred Melamed, George Hamilton, Greg Mottola, Isaac Mizrahi, Jeff Mazzola, Jodie Markell, Joe Rigano, Lu Yu, Marian Seldes, Mark Rydell, Mark Webber, Neal Huff, Peter Gerety, Rochelle Oliver, Téa Leoni, Tiffani Amber Thiessen, Treat Williams, Woody Allen
- Colonna sonora: David Arnold
- Produzione: The Kennedy/Marshall Company
- Durata: 112'




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