Twin Peaks – Ep. 7

Twin Peaks – Ep. 7

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Tutti a Twin Peaks iniziano a ‘ricordare’, come se stessero uscendo dallo stesso coma in cui piombò (così si dice) Audrey Horne, uno dei personaggi che ancora tardano a ritornare in scena. Intanto il Cooper “cattivo” ritrova la libertà… Lynch e Frost continuano a disegnare una traiettoria precisa, in cui ogni personaggio è alla ricerca di sé, o di parti di sé.

Risvegli?

Dougie e Janey-E si ritrovano ad affrontare una sorpresa a dir poco violenta fuori dagli uffici del Lucky 7. Nel frattempo Gordon e Albert provano a convincere Diane a incontrare Dale Cooper in prigione, per cercare di venire a capo dell’enigma che li attanaglia: quell’uomo è davvero chi dice di essere? [sinossi]

Nel secondo episodio della seconda stagione della prima serie dedicata a Twin Peaks Ronette Pulaski si risveglia dallo stato comatoso in cui giace fin da quando fu ritrovata seminuda e ferita lungo i binari del treno e fornisce all’agente Cooper dei dettagli a loro modo fondamentali per giungere a capo di uno dei tanti misteri della cittadina: il nome dell’assassino di Laura Palmer… Venticinque anni dopo si fatica anche a ricordare quegli eventi (“E chi era Laura Palmer?” chiede senza troppe ambiguità la nuova segretaria di Benjamin Horne), come se tutto fosse avvolto nella coltre di nebbia che invade i boschi di Twin Peaks. Anche per questo, forse, David Lynch e Mark Frost hanno portato in giro gli spettatori della serie, dal Dakota a Las Vegas, da New York a Buenos Aires. Una dispersione spaziale che cercava di sviare l’attenzione da un dato che non è più possibile far passare in secondo piano: tutti, a Twin Peaks e nel resto d’America, stanno dormendo. Non il sonno dei giusti, sia chiaro, e neanche uno stato onirico dettato da chissà quale magia. No. A Twin Peaks e nel resto d’America si dorme in uno stato larvale, in coma, e si agisce attraverso solo una coscienza parziale, come Dougie Jones che non sa resistere al fascino del distintivo – memoria del passato di Dale Cooper – e sa come neutralizzare il nano che nell’episodio precedente aveva massacrato Lorraine e un altro paio di persone a colpi di punteruolo. La sequenza dell’aggressione subita da Dougie da Janey-E appare centrale, per quanto in questa ora si sia deciso di non puntare eccessivamente l’attenzione sul doppelganger del doppelganger di Cooper: ancora una volta, come nella già citata scena dell’episodio numero sei, Lynch la risolve in poche inquadrature, senza enfatizzare l’azione e facendola esplodere senza alcun preavviso. Ike ‘The Spike’ Stadtler irrompe in scena armato di pistola, Dougie spinge di lato Janey-E e neutralizza il piccolo ma temibile avversario; starà poi ai testimoni oculari creare un mito attorno a quel che è accaduto.
Una volta di più “il buon Dale” sembra risorgere nel corpo di Dougie, unica possibilità per fronteggiare la minaccia del Cooper/BOB, l’unico ad avere una memoria di ferro su tutto ciò che è accaduto, e per questo l’unico che appare per quel che non è, mistero svelabile agli occhi di Cooper che lo conobbe bene, e a fondo. A questo serve il personaggio di Diane, introdotto nell’episodio precedente, e qui protagonista di uno splendido per quanto breve faccia a faccia con “il male”, in continuo contrasto tra ardore melodrammatico e algida nettezza priva di sentimento. Anche lei costretta dunque a un risveglio.

Sommerso dalle foglie morte del tempo, il dolore mai sopito della tragedia che vide per protagonista la famiglia Palmer riemerge: la rimembra tra sé e sé, trasognato, lo sceriffo Truman, che non può però parlarne al telefono con il fratello, gravemente malato. Una memoria riportata alla luce anche dal ritrovamento di tre delle quattro pagine strappate del diario di Laura Palmer, scovate dal vicesceriffo Hawk su istigazione della “Log Lady”; da quelle pagine riemerge il ricordo della sequenza onirica di Fuoco cammina con me, con una Annie Blackburn ricoperta di sangue che mette sull’avviso Laura: “Il buon Dale è nella loggia e non può uscire; scrivilo sul tuo diario”. Ma se lo sceriffo Truman riuscì a portar fuori dalla loggia Dale Cooper, e “il buon Dale” è ancora prigioniero nella loggia, chi è che si spaccia per Cooper ed è ora stato preso in custodia in un penitenziario del South Dakota? Poco per volta i pezzi prendono forma e consistenza sullo scacchiere, e la serie si avvicina di nuovo a Twin Peaks, come il mazzo di chiavi che la prostituta Jade ha trovato nella tasca di Dougie e ha spedito a destinazione, il Great Northern, l’albergo degli Horne in cui soggiornò Cooper all’epoca delle indagini.
Si sta risvegliando la popolazione di Twin Peaks, e con lei sta riemergendo anche il male che alberga in quei boschi in cui soffia forte il vento. Gli occhi sgranati sul nulla – o sull’apparente nulla – di Jerry Horne nell’incipit della puntata sono frutto dell’abuso di droghe dell’uomo, ma stanno lì a testimoniare una volta di più l’emersione dallo stato di sonno perpetuo. Il risveglio. La rinascita della morte. Quella morte che sta arrivando per Tom, il marito di Beverly Paige, e che accompagnò anche Audrey Horne, visitata venticinque anni fa mentre era in coma all’ospedale da Cooper-non-più-Cooper, come ricorda (unico ricordo di un uomo oramai arteriosclerotico) il dottor Hayward, interpretato da quel Warren Frost babbo del co-sceneggiatore Mark e alla cui memoria la puntata è dedicata.

Si risvegliano i boschi attorno a Twin Peaks, e il dolore e l’orrore riemergeranno una volta di più. “Tu penserai che io sia impazzito. Ma ti faccio una promessa: tornerò ad uccidere… ancora!”; le parole pronunciate in sogno da BOB nella prima stagione di Twin Peaks erano rivolte al Dale di allora o a quello di oggi, inguainato nei buffi panni di Dougie? O forse a entrambi, visto che il tempo è materia labile, quasi quanto o forse più dello spazio. Gli indizi iniziano a farsi sempre più insistenti: cosa è successo all’uomo che Andy attende pazientemente a un incontro al quale non si presenterà? E perché il Roadhouse Bang Bang è ancora pronto a procacciare carne (troppo) giovane per i bordelli ovviamente illegali della zona? Lynch, con progressiva ostinazione, semplifica rinunciando sempre alla semplificazione: risolve la sequenza del Roadhouse e della telefonata del più giovane dei fratelli Renault – gli altri perirono due decenni or sono – con un lungo ed estenuante piano sequenza nel quale all’apparenza non accade nulla. Si crea solo l’atmosfera. Infine, infingardo maestro, passa da un’inquadratura mai così minacciosa dei boschi ripresi dall’alto a una breve sequenza non priva di anomalie nel Double R, il diner gestito da Norma Jennings. Come l’apparizione dell’uomo/barbone all’obitorio, senza che nessuno ne avverta la presenza, l’orrore si muove sottopelle, brandello di carne dopo brandello di carne. Ineluttabile.

Info
La sigla della nuova serie di Twin Peaks.
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