Lockdown all’italiana

Lockdown all’italiana

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Lockdown all’italiana è il primo film del solo Enrico Vanzina, che firma anche la regia oltre al soggetto, primo film sul lockdown, primo film fatto dopo il lockdown. Un instant movie nel perfetto stile Vanzina bros, che vuole seguire anche dal titolo, la tradizione della commedia all’italiana. Se Enrico ha prodotto una sceneggiatura impeccabile, nel perfetto solco della sua tradizione più che quarantennale, la sua regia appare invece approssimativa e scadente. Ma potrebbe essere il risultato delle limitazioni al lavoro sul set dell’epoca covid.

Sotto la mascherina niente

Roma. Giovanni, un avvocato, e la moglie Mariella vivono in un lussuoso attico del centro storico. Walter, un tassista, e la sua compagna Tamara, abitano in un modesto appartamento in periferia. Dai messaggi WhatsApp, Mariella scopre che Giovanni la tradisce con Tamara. E Walter scopre analogamente l’infedeltà della compagna. I due fedifraghi vengono cacciati di casa. Ma è l’8 Marzo del 2020, in TV il premier Giuseppe Conte annuncia a reti unificate che ha fatto scattare il lockdown. Le due coppie saranno costrette così a una forzata convivenza tra separati in casa. [sinossi]

La morte aleggia, in un necrologico fuori campo, nel primo film dei Vanzina filmato dal solo Enrico, dal titolo Lockdown all’italiana. Si tratta ovviamente del lutto per il fratello Carlo, che ci ha lasciati due anni fa, evocato con celeste nostalgia in uno spezzone di Sapore di mare. L’altra è quella delle decine di migliaia di vittime del Covid-19, di cui nel film si fa solo un fugace accenno nelle chat di due protagonisti, che dicono che ci sono troppi morti. Enrico Vanzina risponde, o tenta di rispondere, all’aria funerea con la commedia e dribbla alle prevedibili accuse di cinismo introducendo il film con un aforisma di Jacques Prévert: «Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro che per dare l’esempio» che serve anche ad assolvere ancora una volta alla funzione di rivendicare un proprio livello culturale, alto, da parte di artefici di un cinema commerciale e popolare. Sarebbe in realtà strano il contrario, ovvero non parlare, da parte dell’autore di un cinema che vuole porsi un’istantanea della società italiana, di una condizione estrema vissuta da tutta la popolazione, quella del lockdown, della quarantena domestica forzata decretata dal governo per bloccare la diffusione dell’epidemia. E in questo senso Vanzina arriva per primo nell’instant movie, nel primo film di fiction dove i personaggi indossano le mascherine.

Va detto anzitutto che il soggetto e la sceneggiatura di Enrico Vanzina sono impeccabili, coerentissimi con quella che è sempre stata la politique des auteurs vanziniana. Una sceneggiatura simmetrica con specularità che si perpetuano negli incroci reciproci, alternati, tra le due coppie. Un ritratto sociale che comprende l’alta borghesia altolocata, con tanto di attico con terrazza, e la piccola borghesia di periferia, lasciando, come tipico del cinema dei fratelli, il proletariato al ruolo di macchietta, in questo caso nella figura del domestico indiano sfruttato dalla capricciosa Mariella. E poi ancora una volta abbiamo le rappresentanze regionali, i romani con i sottogeneri come i “torpigna” già presenti nel mondo vanziniano fin da Vacanze di Natale, la toscana Tamara, il cliente napoletano. C’è poi la conturbante e popputa vicina di sotto che è bergamasca, cosa che rappresenta uno degli scivoloni del film. I Vanzina hanno sempre convissuto anche con attori comprimari non di grande capacità, ma l’attrice che interpreta Monica, la conduttrice sportiva e protagonista di reality Maria Luisa Jacobelli, non passerebbe l’ammissione del più infimo corso di recitazione amatoriale. È del tutto priva della tipica cadenza bergamasca, che avrebbe arricchito il campionario regionale. Ed è, qui sì, di cattivo gusto, in un film ambientato durante la fase più dura della pandemia, il riferimento alla zona d’Italia che è stata più falcidiata.

Il cinema dei Vanzina è sempre stato un cinema di vacanze, degli spostamenti geografici continui, della tensione all’ubiquità, dell’annullamento delle distanze per cui «Alboreto is nothing». La condizione di quarantena diventa quindi una castrazione palese dei personaggi vanziniani. Il lockdown arriva nel film a bloccare degli spostamenti in atto, il trasferimento per separazione delle coppie, mentre anche il domestico sta tornando nella sua nativa India (forse lui ci riesce). Un’impotenza a viaggiare che si manifesta nei ricordi nostalgici di un viaggio in barca in Sardegna, o nei progetti di un vacanza in resort nell’Arizona (che richiama ai vari tour in America dei Vanzina). Enrico non può che concentrarsi su un’altra loro peculiarità, quella di fotografare i cambiamenti sociali con l’introduzione delle nuove tecnologie che permettono di superare le distanze. I cellulari che addirittura mettono in comunicazione i viaggiatori del tempo in ere differenti anche nella preistoria, in A spasso nel tempo e sequel. Oppure che consentono il prolungamento della classica storia d’amore balneare per tutto l’anno via messaggi, per poi lasciarsi pure via sms, nell’episodio SMS (Short Message Service) di E adesso sesso. E va ricordata in questo senso anche la geniale situazione dell’episodio di Anni 90 intitolato La telefonata, scritto da Enrico Vanzina, non accreditato, per Enrico Oldoini, che vede due automobilisti che si insultano dal vivo dopo un tamponamento mentre gli stessi portavano avanti un gioco di seduzione al cellulare, non riconoscendosi. Lo stesso scollamento tra realtà e realtà virtuale, in parziale anonimato, che in Lockdown all’italiana governa la relazione via chat tra i due cornuti iniziali, Mariella e Walter. Ma il confronto con gli episodi testé citati risulta impietoso, la capacità di essere un sismografo della modernità propria dei Vanzina appare qui affievolita, non più al passo coi tempi. Gli incontri di cuori solitari via chat per esempio sono ormai cosa consolidata. E non vengono colte le innumerevoli occasioni di satira offerte dall’inedita situazione della pandemia, si pensi per esempio al ruolo mediatico dei virologi superstar, ai cantanti ai balconi, o alle continue varianti dell’autocertificazione, e alle giustificazioni fantasiose riportate da tutti i giornali, solo per fare alcuni esempi. L’istant movie vanziniano avrebbe richiesto, per una volta, qualche istante in più di riflessione.

L’esordiente regista Enrico Vanzina si rivela poi del tutto inadeguato e poverissimo. La mdp che fa inutili giri a vuoto, le riprese da drone della Roma deserta, che peraltro fanno pensare a una gestazione del film già durante il lockdown a meno che non siano state ottenute con correzioni digitali. Si può anche ipotizzare che una tale imperizia sia anche il risultato di aver girato con una troupe limitata e con le restrizioni sui set imposte dal covid. In tal senso Lockdown all’italiana sarebbe un’ulteriore vittima del suo stesso oggetto, del virus e delle misure atte a contenerlo. Rimane poi gratuita, incomprensibile nell’economia narrativa del film, l’ultima scena inquietante, dei due volti dei protagonisti. Inquietudine peraltro subito smorzata, e resa buffa, dall’outtake della stessa scena con errore, mostrato subito dopo sui titoli di coda. A Enrico Vanzina non resta che rifugiarsi nelle citazioni, facendo menzionare ai suoi personaggi, insolitamente colti rispetto agli abituali standard vanziniani, Anna Karenina o Gabriel García Márquez, e menzionando a sua volta con spezzoni alcuni capisaldi del cinema da sempre suoi riferimenti. Si vedono brani da La terrazza (di cui il soggetto è di Age & Scarpelli che hanno rappresentato uno dei modelli di Enrico Vanzina), I nuovi mostri, Scent of a Woman – Profumo di donna. E poi autocitazioni con Eccezzziunale… veramente e, appunto, con la scena finale, del ritrovo, di Sapore di mare, apice del cinema dei fratelli. Ma si tratta purtroppo di celeste nostalgia.

Info
Lockdown all’italiana, il trailer.

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