La rosa purpurea del Cairo

La rosa purpurea del Cairo

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Speciale Senza il cinema. Con il cinema.
Ammaliandoci fin dai titoli di testa con la soave voce di Fred Astaire che canta Cheek to Cheek, La rosa purpurea del Cairo è una parabola morale breve, puntuale e allo stesso tempo anche uno dei film più tristi della carriera di Woody Allen. Benché, in fondo, una luce resti sempre anche nei momenti più neri ma proviene solo dalla cabina di proiezione…

Heaven… I’m in heaven…

Negli anni della Grande Depressione, Cecilia vive in New Jersey col marito disoccupato e violento e lavora per due soldi come cameriera. Per fuggire dalla realtà Cecilia va sempre al cinema, l’unico luogo in cui può sognare un’esistenza migliore. Vedendo e rivedendo l’ultimo film in cartellone, La rosa purpurea del Cairo, un pomeriggio accade l’impossibile: uno dei personaggi del film, l’archeologo Tom Baxter, inizia a parlarle dallo schermo per poi uscirne e dirigersi da lei pressoché già innamorato. Un personaggio ha “preso vita”: ma se la cosa pare un idillio romantico a Cecilia, il bizzarro avvenimento non piace affatto alla produzione del film e all’attore che interpreta Baxter… [sinossi]
Senza Dio la vita sarebbe come un film senza scopo e senza lieto fine.
Cecilia cerca di spiegare a Tom l’idea di Dio
Io voglio che nel film succeda quello che succedeva l’altro ieri…
Altrimenti che senso ha la vita!
Una spettatrice imbufalita all’uscita del cinema dove si è “incagliato” La rosa purpurea del Cairo

L’idea centrale de La rosa purpurea del Cairo, ossia che un personaggio esca dalla finzione per approdare nella realtà, non era nuova a Woody Allen: nel brillante racconto Il caso Kugelmass (edito in Italia in Effetti collaterali, Bompiani, originariamente apparso sul New Yorker nel 1977) un docente di Letteratura si ritrovava dapprima dentro a Madame Bovary e in seguito portava con sé la protagonista, come noto insoddisfatta, a vivere a New York con esiti poco entusiasmanti. Se in entrambi i casi non è difficile scorgere l’eco pirandelliana dei personaggi in cerca d’autore, nella storia della povera Cecilia (Mia Farrow) si scorge anche quel felliniano “sceicco bianco” che Allen ama molto e la cui vicenda riprenderà in seguito in un episodio del poco ispirato To Rome with Love (2012). Al di là dei riferimenti (se ne possono trovare altri tra cui La palla n°13 di Buster Keaton e persino I dimenticati di Sturges), La rosa purpurea del Cairo si contraddistingue per portare a un deciso patetismo il racconto dei “perdenti” che già era in scena nel precedente e semmai malinconico Broadway Danny Rose (1984), e per un pessimismo che non riguarda le nevrosi borghesi, i drammi famigliari, le storie d’amore finite, ma l’esistenza e in particolare quella dei puri di cuore, come la protagonista del film le cui aspettative resteranno solo e unicamente riflessi di luce irradiati nel buio della sala. Il mondo non è fatto per i buoni e gli innocenti, destinati a essere ingannati da furbi e scaltri: a consolarli resta il cinema e per la precisione proprio quel cinema che Allen ha fagocitato da bambino immaginando di vivere in un attico realizzato da Cedric Gibbons. È il cinema perfetto, oniricamente divistico e formalmente impeccabile degli anni Trenta di Hollywood, che avvolge lo spettatore della Depressione portandolo “in paradiso” e strappandolo alla miseria, alla disoccupazione galoppante, alla dura realtà. Ammaliandoci fin dai titoli di testa con la soave voce di Fred Astaire che canta Cheek to Cheek, La rosa purpurea del Cairo è una parabola morale breve, puntuale e uno dei film più tristi della carriera di Allen. Benché, in fondo, una luce resti sempre anche nei momenti più neri ma proviene solo dalla cabina di proiezione…

La parabola vede al centro la povera Cecilia, sposata a un marito violento (Danny Aiello) che la tratta come fosse una sguattera, mentre lei lavora come cameriera per portare a casa due soldi. La verità è che Cecilia ha la testa tra le nuvole e pensa sempre alle grandi star: mentre deve preparare due uova per un cliente “ripassa” le love story di Ginger Rogers e non vede l’ora di staccare dal turno per rifugiarsi al “Jewel” (Gioiello), la sala del quartiere, a vedere e rivedere pellicole che parlano di ricchissimi che viaggiano da un capo all’altro del mondo, si dedicano a serate indimenticabili dove bevono champagne e ovviamente trovano il vero amore. Scorgendo Cecilia cinque volte in sala per il nuovo film in cartellone, ossia La rosa purpurea del Cairo, uno dei personaggi del film stesso a un certo punto smette di fare quello che deve – ripetere la battuta, portare avanti la scena – e le si rivolge per poi uscire dallo schermo e andarsene con lei. Il film racconta, da qui in poi, le conseguenze di questo evento assurdo: non solo l’archeologo Tom Baxter (Jeff Daniels) ha abbandonato la finzione per entrare nella realtà, ma gli altri personaggi sono rimasti intrappolati in un film che non può procedere senza di lui. Arrabbiatissimi, non potendo essere “spenti” – pena l’impossibilità di Baxter di ritornare tra loro per ripristinare l’ordine – i personaggi si lamentano perché i rulli non hanno più senso, non sanno cosa fare e se la prendono persino con gli spettatori che non capiscono che diavolo di film siano andati a vedere. Da una parte c’è l’America in pieno tracollo economico, dall’altra i personaggi ricchissimi e fiabeschi, parto di sceneggiatori ed entità totalmente avulse che devono semplicemente svolgere il proprio compito reiterando la storia che è stata loro assegnata. Tom Baxer, anche quando esce dallo schermo, resta comunque personaggio: va in giro con i soldi finti di scena ignorando che non sono spendibili, rimane un archeologo che non ha la più pallida idea di cosa sia Dio o di come nascano i bambini perché la sceneggiatura non prevedeva per lui queste conoscenze, pensa che quando due si baciano arrivi una dissolvenza. Ma soprattutto è leale, nobile d’animo, sincero perché quello è Tom Baxter ne La rosa purpurea del Cairo, ossia il film nel film: come Cecilia, anche Tom è dunque un puro e un innocente però è finto. Oltre alla dicotomia realtà/finzione c’è però una terra di mezzo, di certo afferente alla realtà ma molto più strategicamente pianificata di quanto la vita di Cecilia potrà mai essere: oltre alla vita delle persone semplici, siano essere buone come Cecilia o scorrette come suo marito, c’è la vita della “gente del cinema”. Quando si viene a sapere che Tom Baxter ha abbandonato il film per una donna, il produttore si mobilita per impedire che la notizia si diffonda troppo ma soprattutto si mobilita Gil Shepherd (sempre Jeff Daniels ovviamente), l’attore che ha prestato il suo corpo perché Tom restasse impresso nella pellicola. Vanesio e in carriera, Gil deve fare di tutto perché la sua immagine pubblica non esca compromessa e deve convincere Tom a tornare dentro lo schermo. Poiché altri quattro Tom Baxter hanno cercato senza successo di uscire dal film in altre città degli States, la produzione decide che, una volta riportato Baxter in scena, il film vada bruciato ed eliminato, corrotto com’è per sempre dal reale; Gil Shepherd capirà in fretta che il modo migliore per risolvere le cose è di far innamorare Cecilia di lui, distogliendola dall’impossibile amore per un personaggio di finzione. “Ho appena incontrato un uomo stupendo, è immaginario… Ma non si può mica avere tutto” dice del resto Cecilia riecheggiando in qualche modo il “Nessuno è perfetto” di A qualcuno piace caldo: Gil è reale invece e le sue promesse dovrebbero essere concrete. Purtroppo Gil ha solo interesse nel ripristinare la propria rappresentazione pubblica dunque non è leale, nobile e sincero come Tom, e mente a Cecilia per raggiungere il suo obiettivo: dopo averle dichiarato amore ed espresso l’intenzione di portarla a Hollywood con lui, ottiene il suo scopo e Tom, triste e malinconico, torna imprigionato nello schermo per spegnersi per sempre. A quel punto Gil se la dà a gambe levate, senza neppure salutare e lasciando Cecilia al suo solito e triste destino.

C’è infine però un altro livello oltre la realtà, la finzione e la rappresentazione pubblica e, in questo livello più profondo, Gil per un istante è rimasto affascinato da Cecilia perché la donna, una persona autentica appunto, ha capito qualcosa di non banale che molti non riescono ad afferrare. L’attore, che ha una carriera avviata ma ancora in via di formazione, è un’entità ulteriore rispetto alla persona proprio come lo sono i personaggi che interpreta: questa ulteriorità si sviluppa nel tempo e, alla fine, sarà data dalla struttura simbolica delle sue interpretazioni. Il carattere attoriale, il suo simulacro, è destinato a diventare qualcosa di differente sia dall’essere umano che lo incarna sia dai singoli personaggi che sfoggia: è quello che Cecilia capisce suggerendo a Gil di interpretare l’aviatore Charles Lidbergh che, guarda caso, è proprio il progetto che Gil vuole perseguire. Il carattere attoriale di Gil, la sua scrittura simbolica, a un certo punto sarà fatalmente destinata a distaccarsi dal vero essere umano per diventare un trascendentale più reale del reale. In questo dettaglio c’è però il senso, la ragione, per cui il cinema è una leale menzogna nel caos dell’esistenza e al tempo stesso c’è la ragione per cui un film che è entrato in contatto con la realtà deve sparire. Lo schermo è in grado di costruire un’alterità più vera del vero: oltre a essere un agnello sacrificale, Cecilia intuisce e sente una qualità pura del cinema che non è data dall’essere mero sogno per infelici, falsità contrapposta alla verità, ma simulacro vivente che diventa altro dai suoi interpreti, dai suoi produttori, dai suoi spettatori e infine danzerà in eterno come Fred Astaire e Ginger Rogers in Cappello a cilindro che nel finale assurgono a una dimensione immanentemente ultramondana. Una dimensione di fantasmi e mortuaria anche, ma eternamente visibile e replicabile. Nonostante gli inganni, nonostante la sua vita torni allo squallore, nonostante la desolazione, non è andando a pregare Dio ma è guardando i due divi ballare Cheek to Cheek che a Cecilia spunterà un sorriso, tra gli occhi che a stento trattengono le lacrime, nell’ultima inquadratura de La rosa purpurea del Cairo. In questa dichiarazione d’amore che Woody Allen dedica alla metafisica del cinema classico – e che per certi aspetti fa venire in mente il Walt Disney letto da Ejzenstejn – fa da controcampo uno sguardo tetro sulla banale struttura dell’esistenza umana. Cecilia non ha strumenti per cavarsela in un contesto feroce in cui, come cercherà di spiegare a Tom Baxter “Ci sono le guerre, le persone invecchiano, si ammalano e non trovano mai il vero amore”. Ma non è solo Cecilia a patire: lo sono anche le prostitute (un piccolo clan capitanato da Dianne Wiest) o i poveretti che fanno la fila alla mensa dell’Esercito della Salvezza e per certi versi persino l’odioso marito, un poveraccio senza cuore ma comunque derelitto. Vita diversa hanno i ricchi trafficoni degli Studios che, non a caso, presumono che il fuoriuscito Tom Baxter possa fare del male, commettere stupri o delinquere, prevedendo nell’ignoto più cattiveria che bontà. Ma tutti sono intrappolati, gretti e incompiuti. I ricchi fregano i poveri, i famosi ingannano gli anonimi, i buoni sono le vittime, tutti vivono di preoccupazioni anche futili e niente cambia neppure di fronte a un imprevisto enorme quanto un personaggio che abbandona lo schermo: nulla potrà modificare la cantilena della storia umana, eterna e reiterabile proprio come la scena di un classico hollywoodiano. La parabola dell’esistenza è immutabile quanto la danza di Fred Astaire ma meno bella e formalmente apprezzabile e La rosa purpurea del Cairo si rivela essere in fondo una favola sulla necessità di un paradiso immanente che solo la pellicola può sostenere senza millantare la vita ultraterrena. Non stupisce che Woody Allen abbia citato in più occasioni La rosa purpurea del Cairo tra i suoi film che predilige: in un’ora e venti minuti di scrittura cristallina, con un regia attenta nello scandagliare i pochi ambienti e gli attori eccellenti, l’ateo Allen mette a punto un pulitissimo lavoro che omaggia il cinema con cui è cresciuto, come fosse un inconscio iperuranico, sfruttando a fondo le possibilità fantasiose date dalla svolta. Dal contrasto tra il bianco e nero in cui sono rinchiusi i personaggi sullo schermo e i colori comunque tenui della realtà del New Jersey, fino al ribaltamento de Il caso Kugelmass (dove, appunto, il lettore entrava prima nel romanzo per portare poi nella realtà la protagonista Emma Bovary) ovvero l’ingresso nel film di cui Tom Baxter è protagonista di Cecilia, che trascorrerà una serata indimenticabile nella finzione scenica: Allen esplora gli eventi per arrivare alla “scena cruciale” della scelta di Cecilia tra Tom e Gil, che si compie al cinema sotto gli occhi e il tifo dei personaggi nello schermo che si dividono su chi dei due sia l’uomo giusto per la protagonista. Nessuno dei due lo è. Perché i personaggi sono funzioni semplici come semplice è lo schema dell’esistenza raccontato e, ne La rosa purpurea del Cairo, è solo il confronto con il cinema come atto simbolico in sé e per sé a mostrare una dimensione che travalica la dicotomia realtà/fantasia.

Info
Il trailer de La rosa purpurea del Cairo.

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