Me and Orson Welles

Me and Orson Welles

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Prendendo ispirazione dal romanzo omonimo di Robert Kaplow, Richard Linklater firma con Me and Orson Welles una regia forse più opaca del solito, per quanto non manchi una naturalezza espressiva nel tentativo di cogliere la magnificenza della figura di Welles, che purtroppo non viene meno alla caratterizzazione più diffusa, quella dell’orco mangiatore di uomini. Ciononostante resta l’immagine di una raffigurazione sincera, ed estremamente interessante, del mondo teatrale.

Il teatro e il suo doppio

New York, autunno del 1937. Il diciassettenne liceale Richard Samuels incontra Orson Welles, che in maniera del tutto inattesa gli offre il ruolo di Lucius nel Caesar, la prima produzione della sua nuova compagnia Mercury Theatre. La compagnia è immersa nelle prove a Broadway… [sinossi]

Me and Orson Welles, quattordicesimo lungometraggio diretto da Richard Linklater, non ebbe in sorte in Italia una distribuzione nelle sale, per quanto inizialmente ventilata, ma solo un’uscita direttamente per il mercato dell’home video. Per quanto non si tratti di una rarità all’interno della filmografia del regista texano – solo dieci dei suoi venti film hanno ottenuto il privilegio del buio della sala in Italia, e tre addirittura risultano tutt’ora completamente inediti nella penisola: It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books, Slacker e Tape –, è indubbiamente interessante interrogarsi sui motivi che possono aver portato a una tale decisione. È probabile che lo scarso feeling tra il pubblico italiano e Linklater abbia influenzato il giudizio della Universal, che ne detiene i diritti: sono un paio di anni prima Fast Food Nation aveva incassato appena centomila euro, e il coevo A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare (ambizioso adattamento del capolavoro letterario di Philip K. Dick girato ricorrendo al rotoscopio – tecnica alla base anche di Waking Life) si era fermato perfino più in basso, a 85.000 € di guadagno. Certo, Me and Orson Welles era stato cucito addosso alla stellina nascente Zac Efron, fresco del successo planetario dei disneyani capitoli di High School Musical, ma bastava questo dettaglio a giustificare speranze di successo economico? Probabilmente no. C’era poi l’ultimo tranello, quello però più ingombrante. Richard Linklater, traendo spunto da un romanzo del 2003 di Robert Kaplow, torna con la mente alla tumultuosa stagione del Caesar, la prima rappresentazione che Orson Welles creò e diresse per il neonato Mercury Theatre. Orson Welles, la New York quasi rosseggiante degli anni Trenta, il frontale attacco a Benito Mussolini e all’identità fascista, tutti elementi aggiuntivi che hanno spinto a preferire per Me and Orson Welles la strada del dvd e dell’intrattenimento casalingo. Anche Roger Ebert, tra i principali difensori oltreoceano del film di Linklater, suggerì comunque come fosse da dare per scontato che la stragrande maggioranza del pubblico ignorasse chi fosse stato Orson Welles, e ancor più quale senso politico avesse portare in scena Shakespeare in quella maniera a un passo dal secondo conflitto mondiale. Va anche sottolineato come il film a livello mondiale, sommando tutti i singoli botteghini, sia riuscito a ergersi a malapena sopra i 2 milioni di dollari di profitto, mentre la spesa complessiva per realizzarlo era prossima ai 25 milioni di dollari. Insomma, una vera e propria catastrofe, che forse non sarebbe dispiaciuta proprio a Welles…

Occorre forse sgombrare da subito il campo dal peso più evidente, reso ancora maggiore dal recente dibattito critico che ha seguito la diffusione internazionale di Mank, il film che David Fincher ha dedicato a Herman J. Mankiewicz e al lavoro compiuto da quest’ultimo sulla sceneggiatura di Citizen Kane. Me and Orson Welles, e lo sottolinea già il titolo, è un film che vuole tornare a ragionare da vicino – per quanto non vi sia alcuna prossimità storica, se non quella che riconduce alle pagine del libro di Kaplow – su Welles, e sul ruolo da lui svolto nel tentativo di ridare nuovo slancio all’arte teatrale, e al concetto stesso di rappresentazione del vero anche attraverso la scena (si pensi a Danton’s Death e ovviamente a Too Much Johnson, di cui nel 2013 sono state miracolosamente ritrovate le parti filmate). Per quanto in maniera molto dissimile all’operazione di Fincher anche il film di Linklater, sceneggiato dai coniugi Holly Gent e Vincent Palmo jr., non rinuncia a mostrare Welles come una sorta di orco, in grado di decidere tutto delle persone che lavoravano per la sua compagnia. Un uomo dal potente ego, perfettamente a suo agio nel gestire il potere che il carisma e la posizione di comando gli conferivano. La differenza sostanziale tra il lavoro di Fincher e quello di Linklater – sempre che abbia senso soffermarvisi più del dovuto, essendo i due film estremamente differenti, tanto per le ambizioni quanto per la focalizzazione dello sguardo – sta nel posizionamento complessivo di fronte alla figura wellesiana. Se Fincher ordisce una trama che in una certa qual misura tende a ridimensionare il ruolo svolto da Welles per quella che è la sua creatura più nota e universalmente riconosciuta, vale a dire Citizen Kane, Linklater si limita a osservare come un genio puro (elemento questo mai messo in discussione nel corso del film) possa avere delle mancanze da un punto di vista strettamente empatico, e umano. Un’ottica se si vuole più borghese, ma anche meno tonitruante, adatta alla visione naturalista del cinema che spesso Linklater ha rivendicato. Il dettaglio forse essenziale va rintracciato nella capacità di empatia non con l’uomo-Welles (mistero insondabile sia per Fincher che per Linklater) ma con il personaggio-Welles. Fincher, da uomo perfettamente relazionato all’industria hollywoodiana, trova maggiore comprensione con chi di quell’industria è stato parte integrante pur cogliendone gli aspetti più deteriori e combattendoli – Mankiewicz –, mentre Linklater nella sua pervicace difesa dell’indipendenza tout court non può che guardare con deferenza e con estremo rispetto il genio di Welles, pur “contestandogli” un’umanità forse turbolenta. Non a caso già nel periodo del lancio del film in Gran Bretagna, dov’era stato girato per ridurre il più possibile i costi, Linklater si lanciava in dissertazioni che in questi ultimi anni sono poi diventati parte integrante della dialettica attorno al cinema. In un’intervista al Guardian, ad esempio, sottolineava tanto l’amore per il cinema in sala (“I still hold on to the romantic vision of people watching my movie in a cinema. I don’t want to watch Bright Star on a fucking iPhone”) quanto per la trasformazione della produzione hollywoodiana (“There are enough of those movies made as it is: sequels, remakes, franchises. It depresses me. It’s the way the industry is going. They figure they can make these huge-ass Harry Potters, Batmans and Transformers, spend $200m on a surefire hit, and who cares about the quality? They’ve basically stopped making my kind of movies altogether”).

Al di là di tutto ciò, cos’è esattamente Me and Orson Welles? Non c’è dubbio che non si tratti del parto creativo più appassionante e riuscito della filmografia linklateriana. La messa in scena appare abbastanza opaca, del tutto al servizio di una sceneggiatura che ha nell’intreccio il suo punto debole: il personaggio del giovane protagonista – ricalcato su un attore che veramente ebbe una breve relazione lavorativa con Welles all’epoca del Mercury, ma del tutto romanzato – è fin troppo scritto, quasi dovesse ribadire a ogni passaggio in scena il proprio ruolo di testimone. La sotto-trama sentimentale prende fin troppo spazio ed è non solo poco interessante, ma anche priva di qualsivoglia approfondimento in grado di donare reale credibilità. Al contrario si respira un profondo amore per il teatro, per la capacità dell’arte di porsi in maniera politica – altro passaggio chiave della poetica linklateriana –, e per la storia del Mercury Theatre, quel tentativo folle di riscrivere le abitudine incancrenite della rappresentazione shakespeariana. Se Zac Efron mostra tutte le debolezze della propria statura attoriale, al contrario Christian McKay è un ottimo Welles – non a caso lo aveva già interpretato a teatro –, forse il migliore visto sul grande schermo insieme al Vincent D’Onofrio del burtoniano Ed Wood. Oggetto squilibrato nella ricerca di un punto d’incontro tra la magniloquenza della ricreazione di un ambiente storico e la purezza dello sguardo di Linklater – lo stesso disequilibrio lo si rintraccia, e non è un caso, anche in The Newton BoysMe and Orson Welles è un film non sull’arte, ma sul desiderio di respirarne l’aria anche quando non si possiede l’illuminazione. In questo senso appare un bozzetto forse a tratti indeciso, ma sincero e persino prezioso in una terra dall’ego dominante come quella del cinema. Sarebbe forse più utile metterlo a paragone con Cradle Will Rock, il film che Tim Robbins girò nel 1999 e che avrebbe dovuto dirigere proprio Welles prima della morte, con la produzione esecutiva di John Landis (che contestò apertamente l’adattamento di Robbins).

Info
Me and Orson Welles, il trailer originale.

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