Diabolik

Diabolik torna al cinema a cinquantatré anni di distanza dai colori e dalle architetture avant-pop di Mario Bava. Lo fa attraverso la regia dei fratelli Manetti, che tornano all’asciuttezza del fumetto firmando un’opera completamente fuori dal tempo, distante da qualsiasi ritmo contemporaneo, basica nel racconto delle psicologie quanto attenta a narrare il desiderio, unico elemento di vita in un mondo catatonico. Per quanto sia facile prevedere il fuoco incrociato cui andrà incontro, quest’avventura sadica e in cui il crimine agisce senza scrupoli appare il modo più intelligente per ragionare, oggi, sul concetto di popolare.

Metti una sera a Clerville

Clerville, anni ’60. Diabolik, un ladro privo di scrupoli la cui vera identità è sconosciuta, ha inferto un altro colpo alla polizia, sfuggendo con la sua nera Jaguar E-type. Nel frattempo c’è grande attesa in città per l’arrivo di Lady Kant, un’affascinante ereditiera che porterà con sé un famoso diamante rosa. Il gioiello dal valore inestimabile non sfugge all’attenzione di Diabolik che, nel tentativo di rubarlo, rimane incantato dal fascino irresistibile della donna. Ma poi la vita stessa del ladro è in pericolo: l’incorruttibile e determinato Ispettore Ginko e la sua squadra hanno trovato il modo di intrappolare il criminale, e questa volta Diabolik non sarà in grado di uscirne da solo. [sinossi]
In questi pochi istanti
ho visto balenare
nei tuoi meravigliosi occhi verdi
la perfidia e la dolcezza
Da L’arresto di Diabolik, 1 marzo 1963

“C’è chi segue una religione, c’è chi insegue il primo milione, c’è chi insegue il suo grande amore, e c’è chi insegue la propria fine”, canta Manuel Agnelli ne La profondità degli abissi, il bel singolo che accompagna l’uscita in sala di Diabolik, laddove il cuore della colonna sonora è invece opera di Pivio e Aldo De Scalzi, fedeli sodali di Antonio e Marco Manetti. Il canto ha sempre svolto un ruolo non indifferente nel cinema dei fratelli romani: si apriva su un rap contaminato dal quotidiano Zora la vampira, bizzarro viaggio nel sottobosco underground romano che partiva dalle contaminazioni con la parodia horror, e dopotutto quel mondo aveva lanciato i Manetti, registi dei videoclip tra gli altri di Assalti Frontali, Flaminio Maphia, Tiromancino, Piotta e via discorrendo. Così anche Diabolik, dopo gli sconfinamenti in territori neomelodici di Song’e Napule e Ammore e malavita, fa della musica un veicolo indispensabile per cercare di entrare in connessione con i protagonisti del film, con i loro umori, con le loro motivazioni. Non era di certo un compito semplice quello di tornare a far vivere sullo schermo il criminale inguainato in una tuta aderente nera che si muove come un’ombra minacciosa nella borghese Clerville, nazione che somiglia in tutto e per tutto all’Italia – notevole il lavoro relativo alle location, dal lato razionalista di Bologna agli squarci milanesi, fino al Friuli Venezia-Giulia di cui si può ammirare la panoramica “Strada Napoleonica”. Era dal 1968, quando Mario Bava firmò il suo adattamento, che nessuno osava tanto. Come molti frutti maturi della produzione fumettistica italiana, non si riusciva a trovare il modo di creare una dialettica tra i due mezzi di espressione del racconto (si pensi ai disastri cui sono andati incontro Tex Willer o Dylan Dog, tanto per fare due esempi), quasi che la dinamica cinematografica cozzasse con la narrazione disegnata su carta. Un’operazione come quella portata a termine dai Manetti, dunque, non può essere presa alla leggera, né minimizzata. È il cinema italiano che prova a riscrivere uno dei suoi miti della cultura popolare, e a farlo tornare in vita. Ma Diabolik è abituato ad acquattarsi nell’ombra, e questo è un terreno non privo di insidie.

Senza voler svolgere il ruolo dei menagrami, o fungere da latori di profezie nefaste, non sono pochi i dubbi che accompagnano la visione di Diabolik. Non dubbi, sia ben chiaro, legati alle qualità del film, su cui si tornerà tra poco, ma all’accoglienza tutt’altro che benevola cui rischia di andare incontro. Già le prime reazioni che hanno fatto seguito all’anteprima stampa hanno mostrato una certa freddezza, una mal disposizione d’animo sia verso l’apparato cinematografico in quanto tale sia verso la storia che i Manetti hanno scelto di raccontare; il primo indizio, forse, di ciò che accadrà quando il film sarà effettivamente nelle sale, e parteciperà all’agone del botteghino natalizio, il periodo dell’anno al quale viene chiesto il miracolo di salvare un’annata condizionata da un rapporto difficoltoso tra il pubblico e il grande schermo. La domanda, che a qualcuno forse potrà apparire superflua ma è necessario in ogni caso porsi di fronte a un film dalla natura così popolare e dalle esigenze commerciali (i due elementi non sarebbero da confondere mai) è dunque la seguente: il pubblico si farà convincere – o conquistare, se si preferisce – dalle avventure di Diabolik? È su tale quesito che si concentrano i dubbi cui si faceva riferimento in precedenza. Se ci si immagina Diabolik come una gallina dalle uova d’oro in grado di risollevare le sorti del mercato si rischia – almeno questa è l’impressione, sarebbe bello fosse negata dai fatti – di andare a sbattere contro un muro a velocità folle, come quelle che raggiunge la splendida Jaguar E-Type guidata dal ladro più astuto del mondo. Il perché è presto detto: in modo del tutto cosciente Antonio e Marco Manetti hanno costruito un film d’altri tempi, del tutto distante dal ritmo del contemporaneo, dallo scandire del montaggio d’oggi, dalle pratiche del cinema mainstream attuale. Il loro tornare indietro fino alla fine degli anni Sessanta, prima volta all’interno del loro cinema di uno spaesamento temporale simile, non è solo narrativo, ma diventa un elemento di senso, di lettura dell’industria. Una dichiarazione di appartenenza a un mondo che non esiste più, e che si può ricreare solo aderendo a un immaginario dichiaratamente falso, bidimensionale, fumettistico.

Mentre Mario Bava nel 1968 coglieva l’aspetto spudoratamente moderno delle sorelle Giussani e architettava il suo film come un viaggio lisergico nell’avant-pop, a suggellare uno sposalizio tra le arti – l’avanguardia concettuale che trova nel cinema il medium per parlare alla narrativa di consumo per l’adolescenza – questo lusso ai Manetti Bros. non è concesso. Non si può più nel 2020 (il film era già pronto un anno fa, con tanto di data di uscita, ma ovviamente la pandemia ha costretto la 01 Distribution a posporre il momento della diffusione nelle sale) giocare al pop, perché si perderebbe qualsiasi connessione tra l’oggetto cinematografico e il tempo in cui esso vive. Scegliendo una via impervia, e coraggiosa, i due registi e sceneggiatori decidono di tornare alla semplicità del fumetto, alla sua dimensionalità quasi inevitabilmente astratta, agli spigoli delle sue prospettive. Lo stesso tempo della narrazione sembra muoversi di tavola in tavola, quasi che il montaggio avesse il compito di donare dinamica alla fissità. In questo modo Diabolik nega qualsiasi correlazione con il suo tempo e l’immaginario dominante, prediligendo un’atmosfera d’antan, quasi completamente fuori dal tempo. I Manetti danno vita a un fantasma (è lo stesso Diabolik ad apostrofarsi così, quando la moglie ignara della vera identità del consorte gli svela di aver visto un’ombra emergere dal giardino) e gli ectoplasmi, si sa, sono fuori dal tempo, baluginii che si perdono nella notte ma possono, con le loro forme bizzarre, atterrire ed emozionare. In questa scelta di posizionamento sta il senso intimo, profondo, e in questo sincero, dei Manetti, quel mistero che fa sì che Diabolik viva e respiri nello stesso punto in cui Freaks Out, la fantasmagoria milionaria di Gabriele Mainetti, agonizzava rantolante. Nel suo non accettare il tempo vigente Diabolik può permettersi di essere davvero la narrazione di un criminale impossibile, in uno Stato inesistente, con una serie di relazione implausibili. È nel suo stesso essere d’oggetto cinematografico che il film trova la sua “giustificazione”, il suo motivo d’essere.

Con una brillante intuizione i Manetti non entrano in medias res, ma ambiscono a creare una mitologia, ad accendere la fiammella della leggenda: dapprima, quando ancora il film non ha un motivo dominante attorno al quale ruotare, mostrando con una buona dose d’azione (azione lenta per gli standard d’oggi, e proprio per questa non adrenalinica ma misterica, sensoriale, ipnotica) la rocambolesca fuga dopo la rapina da parte di Diabolik; e quindi mettendo in scena il primo incontro tra il misterioso ladro ed Eva Kant, la lady che diventerà la sua inseparabile compagna e complice. Galeotto fu il Diamante Rosa, come ben racconta L’arresto di Diabolik, l’albo a fumetti numero 3 della serie che funge da canovaccio del film, e dal quale arrivano tutti i suoi principali personaggi, da Elisabeth Gay – la prima compagna del ladro – al viceministro della Giustizia George Caron, fino ovviamente al triangolo scaleno Diabolik/Eva Kant/Ginko su cui si costruirà l’architettura principale della lunghissima serie a fumetti. Nel loro prendere di petto un albo così iconico, e così legato agli anni Sessanta, i Manetti non fanno che ribadire la loro volontà di tenersi al di fuori del magma contemporaneo, e allo stesso tempo di voler trovare nel romanticismo la chiave d’accesso all’imperturbabile aplomb diaboliko, ottimamente reso dalla performance quasi atonale di Luca Marinelli (molto bravo anche Valerio Mastandrea a dipingere il volto sempre limpido della giustizia di Ginko, e perfetta Miriam Leone nel ruolo di Eva Kant). Così Diabolik diventa anche una riflessione attorno al desiderio, che è l’aspetto dominante delle psicologie dei personaggi, attratti dal potere, dalla ricchezza, dal lusso attraverso la corruzione. In questo sfacelo, in questo mondo di fantasmi putrescenti, solo il desiderio del corpo dell’altro, e quindi il rapporto tra Diabolik ed Eva Kant, ha ancora in sé delle stille di vita. La loro relazione non è eros che si mescola a thanatos, ma eros che è l’unico elemento di vita in un cosmo dominato da thanatos: l’ombra/Diabolik trova il suo senso nella luce/Eva, la tuta nera contro lo chignon biondo rétro che è già vertigine hitchcockiana. “Ho visto balenare nei tuoi meravigliosi occhi verdi la perfidia e la dolcezza” diceva nel 1963 Diabolik alla donna che diventerà il suo unico grande amore. In quegli occhi, su quel colpo di fulmine, si lascia sprofondare questo film che non rincorre l’oggi e dall’oggi con ogni probabilità sarà rigettato. Perché troppo facile, si dirà, senza rendersi conto che quella facilità (solo superficiale) contiene ancora con dignità parole come “popolare”, e “vita”. Naufragar in questo mare, come un diamante rosa, è però assai più dolce di quanto si possa pensare. “Gli dai la caccia nei miei occhi e quello che fissi è la profondità degli abissi”.

Info
Il trailer di Diabolik.

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