L’ombra di Caravaggio

L’ombra di Caravaggio

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L’ombra di Caravaggio non è solo quella che domina i suoi straordinari dipinti, ma anche l’oscuro emissario del Vaticano che indaga sulla sua condotta di vita. Michele Placido torna dopo sei anni alla regia con un biopic sui generis, studio sull’indissolubilità tra vita e arte, e tra “vero” e “rappresentato”. Imperfetto ma affascinante, il film ha per protagonista un eccellente Riccardo Scamarcio.

La Madonna non può volare

Papa Paolo V nel 1610, 5 anni dopo l’elezione a Romano Pontefice, dà disposizione di indagare su Caravaggio condannato a morte per omicidio. Le indagini vengono condotte da un uomo conosciuto come “L’Ombra”. [sinossi]

L’ombra di Caravaggio, quattordicesimo lungometraggio diretto da Michele Placido in oltre trent’anni di carriera registica, arriva a sei anni di distanza dal precedente 7 minuti, nel quale il regista foggiano aveva trasportato sul grande schermo la drammaturgia di Stefano Massini; mai era intercorso uno spazio di tempo così largo tra due regie di Placido, e per quanto senza dubbio abbia svolto in tal senso un ruolo non indifferente la pandemia da COVID-19, con tutto quel che ha comportato per le produzioni, non si può non ragionare sull’ambizione che muove questa biografia di Michelangelo Merisi. Era infatti da molti anni, forse addirittura dai tempi di Romanzo criminale, che il cinema di Placido non tentava un’operazione così complessa, tanto sotto il profilo strettamente produttivo quanto per quel che concerne il significato dell’immagine; anzi, è probabile che nessun film diretto finora da Placido sia paragonabile a L’ombra di Caravaggio, che inizia nei vicoli battuti dalla pioggia di Napoli, tra femminélli, straccioni, e ubriachi. È lì, accompagnato da un sodale, che il Caravaggio va cercando i volti che dovranno apparire sulle sue tele: sta infatti cercando il modello per la sua nuova ricognizione su Davide con la testa di Golia, immagine biblica già raffigurata dal pittore nel 1598 e poi nel 1607, quest’ultimo dipinto portato a termine sempre a Napoli, luogo del rifugio dopo la fuga repentina da Roma per sfuggire alla condanna a morte per decapitazione. Nella condanna è però scritto che chiunque si imbatta in Caravaggio può far giustizia senza bisogno di trascinare l’uomo di fronte al boia, e così in quei vicoli partenopei Merisi si ritrova con un coltello conficcato nell’interno della guancia, a squarciare il suo viso. L’agguato non porta alla morte, e così Caravaggio può comprendere chi è il Golia che stava cercando: sé stesso. Fin dall’incipit dunque Placido mette in chiaro i termini della sua ricerca cinematografica, che parte dalla biografia del pittore per arrivare a una riflessione sul senso dell’arte, sulla possibilità o meno di scindere tra “uomo” e “artista”, e sul significato politico del gesto artistico in quanto tale.

Una speculazione che mostra la sua stratificazione fin dalla scelta del titolo. Se la pittura di Merisi ha fin da subito colpito e scioccato i suoi contemporanei per la forte componente oscura di ciò che veniva raffigurato, con i personaggi che sovente emergevano dall’ombra per muoversi in direzione della luce (divina, ovviamente), l’ombra di Caravaggio è però anche un essere umano, il personaggio che determina la struttura narrativa del film. Placido infatti, facendosi accompagnare in fase di scrittura da Sandro Petraglia e Fidel Signorile – quest’ultimo tra gli autori de La prima linea di Renato De Maria e L’Oriana di Marco Turco –, costruisce il racconto come una vera e propria indagine, introducendo la figura di un emissario papale, una sorta di agente segreto, noto ai suoi coevi come l’Ombra. È lui, cui presta il volto Louis Garrel, a muoversi tra nobili e prelati, prostitute e colleghi pittori, per cercare di comprendere il mistero della vita di Caravaggio, la sua eventuale eresia, la blasfemia che sembra esplodere da quei dipinti in cui i morti di fame, i pezzenti, e le meretrici sono stati scelti a modelli per rappresentare i santi, e perfino la stessa madre di Gesù. La struttura episodica de L’ombra di Caravaggio si giustifica dunque per questo andirivieni di memorie personali, cui viene affidato il compito di restituire la complessità di una figura storica che ancora oggi spinge alla ricerca. Placido infatti sceglie di non rappresentare la “solita” biografia di Caravaggio, quella già portata sullo schermo tra gli altri da Goffredo Alessandrini (Caravaggio, il pittore maledetto, 1941) e Derek Jarman (Caravaggio, 1986) e che vuole il pittore agonizzare per via della malaria nel grossetano, dalle parti di Porto Ercole; affidandosi a un interessante lavoro di ricerca condotto da Vincenzo Pacelli e Tomaso Montanari nel 2012, Placido ritiene la morte di Merisi un omicidio, perpetrato per volontà stessa del Vaticano – in realtà secondo lo studio con l’assenso della Curia Romana ma ordito dai Cavalieri di Malta.

Una divergenza rispetto alla visione canonica della storia che può apparire secondaria ma cela al proprio interno in parte il senso stesso dell’affascinante operazione cinematografica. Non esiste “pentimento” né “redenzione” per Michelangelo, come in qualche modo sottolineato nel valore attribuito all’espiazione attraverso la pena contenuto nella morale cattolica, ma il suo è un barbaro omicidio dettato dall’impossibilità di contenere il genio di un uomo che non temeva di contrapporsi alla Chiesa, non nei suoi fondamenti ideologici ma nel suo potere temporale. Merisi agli occhi di Placido assume quasi una postura pasoliniana, ribelle anti-dogmatico che ricerca la verità negli ultimi, nei reietti, in chi è stato posto nella condizione più umile. Questo apparentamento fa sì che L’ombra di Caravaggio si trasformi progressivamente in una speculazione tutt’altro che banale sull’impossibilità di scindere l’uomo dall’artista, come vulgata contemporanea vorrebbe invece supporre. L’artista è tale, e raggiunge tali vertici, proprio perché vive la vita che vive, assumendo dunque in sé tutte le lordure che vorrebbe mondare attraverso la luce divina, quella luce che però non è mai possibile raggiungere in vita. “La Madonna non può volare”, ripete più a se stesso che agli altri quando deve comprendere come rappresentare la morte di Maria, ricorrendo poi addirittura a un cadavere di una prostituta amata che si è data la morte nel Tevere a seguito di un aborto. A sua volta proteso alla ricerca del vero Placido ricorre a una luce naturale ottimamente lavorata da Michele D’Attanasio, che ha il pregio di comprendere l’opera di Merisi senza volerla inutilmente imitare.

Là dove Placido mostra invece delle debolezze è nell’esasperata reiterazione dello schema che vede la vita vera trasformarsi in arte, in un processo creativo che è ben esplicato ma poi ripetuto come un mantra ossessivo: l’acme di questa esasperata costanza lo si raggiunge nel lungo e inessenziale segmento che vede protagonista Micaela Ramazzotti nei panni di Lena Antonietti, celeberrima – e celebrata – amante e modella di Caravaggio nonché nota prostituta. Si tratta di forzature dettate da eccessivo amore per la materia trattata, ma che rallentano la narrazione, arricchendola di dettagli che in realtà non permettono di avere una visione più chiara e netta della vicenda. Splendida invece la sequenza che vede Caravaggio in carcere dialogare con Giordano Bruno, così come tutte le parti che conducono nell’infernale notte romana abitata da magnaccia e prostitute, eppure così vitale rispetto al rigido cerimoniale ecclesiastico (non è casuale che Placido tenga per sé il ruolo del cardinale Del Monte, protettore degli artisti, che viene qui raffigurato come un amante delle feste, del tutto distante dalla fustigazione dei vizi incarnata dal papa e ancor più da L’Ombra). Ma a dominare la scena è uno straordinario Riccardo Scamarcio, perfetto nell’incarnare Michelangelo Merisi da Caravaggio, riottoso e dolente, bramoso di una vita che vuole redimere attraverso la luce e rappresenta ricorrendo all’ombra, all’oscurità, alla pena di un’esistenza umana derelitta. Anche lui, di fronte all’uomo che lo sta braccando, non può esimersi dal chiedergli di “venire alla luce” per essere visto meglio. Di emergere dunque da quell’oscurità che tutto sembra dominare, e che non potendo rivoluzionare la vita rivoluzionerà l’arte. Opera complessa e sfaccettata, per quanto imperfetta, L’ombra di Caravaggio merita di essere osservata con un’attenzione maggiore a quella che, densa di pregiudizi, sembra accompagnarla fin dalla proiezione in anteprima alla Festa del Cinema di Roma.

Info
Il trailer de L’ombra di Caravaggio.

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