Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot

di

Lo chiamavano Jeeg Robot ha rappresentato l’unica autentica sorpresa della decima edizione della Festa del Cinema di Roma: un film supereroistico che, con (auto)ironia, mostra una possibile via nostrana al genere.

(Super)eroismo di borgata

Enzo Ceccotti, piccolo delinquente romano, si getta nel Tevere per sfuggire a un inseguimento della polizia. Qui, venendo a contatto con del materiale radioattivo, acquisisce una forza e una resistenza sovrumane; l’uomo pensa di sfruttare le nuove facoltà per le sue attività criminali, ma poco dopo incontra una ragazza che crede di vedere in lui l’eroe del cartone animato Jeeg Robot…[sinossi]

In Italia si auspica da anni una “rinascita” del cosiddetto cinema di genere. Va detto, però, che le opere e gli autori che, finora, si sono mossi in questa direzione, hanno perlopiù cercato di recuperare immaginari e filoni che sono appartenuti al nostro cinema fino a pochi decenni fa, per essere poi, progressivamente, abbandonati. Si ragiona spesso, insomma, di “genere”, ma raramente ci si sofferma su quali siano i generi che un’ipotetica new wave nostrana dovrebbe davvero affrontare; e raramente si ipotizza che forse, per ricostruire un’industria che sappia davvero guardare al pubblico, sarebbe opportuno anche esplorare territori del tutto nuovi, affrontando temi e filoni che non hanno fatto parte (finora) del nostro patrimonio. Matteo Garrone si è mosso in questo senso, pochi mesi fa, con la sua ricerca di una via locale al fantasy nel coraggioso Il racconto dei racconti; mentre il filone supereroistico era stato oggetto di un tentativo di approccio (riuscito solo in parte) nell’ibrido Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores. Proprio seguendo il tentativo di Salvatores, ed evitandone in gran parte gli errori, si muove l’esordio nel lungometraggio di Gabriele Mainetti (già attore, nonché compositore e regista di corti): Lo chiamavano Jeeg Robot ha rappresentato l’autentica sorpresa della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, riscuotendo un consenso trasversale (in tre affollatissime proiezioni) tra pubblico e addetti ai lavori.

Il film di Mainetti, in realtà, parte da un canovaccio noir all’insegna del realismo: il protagonista Enzo Ceccotti (un ingrassato Claudio Santamaria) è un piccolo delinquente di borgata, che assume i suoi poteri mentre sta fuggendo dalla polizia. Sullo sfondo, una Roma sconvolta da una nuova, ipotetica (ma non improbabile) “strategia della tensione”: tradotta in una serie di attentati che squassano la vita di una città (già) attraversata da una montante insicurezza. Il quartiere periferico di Tor Bella Monaca, quello in cui il protagonista si muove, è oggetto di un affresco quasi naturalista: spaccio, degrado e contesa violenta del territorio sono il tessuto in cui la storia si dipana, e della cui materia si nutre. Roma, insomma, è di nuovo protagonista: e il fatto che il film di Mainetti arrivi quasi contemporaneamente a Suburra di Stefano Sollima deve far riflettere sui tanti modi che il “genere” (stavolta inteso nel senso più ampio) ha di parlare di noi. Modi apparentemente lontanissimi tra loro, ma tutti ugualmente necessari.

Perché Lo chiamavano Jeeg Robot, oltre a essere mosso da autentica passione per il cinema, e da uno sguardo composito su immaginari diversi ma non confliggenti, è impregnato di romanità: e della rappresentazione plastica di quella decadenza di un sentimento di solidarietà, dell’abbandono a se stesso di un sottoproletariato sempre più incattivito, del violento razzismo che attraversa le periferie, che chi vive la Capitale conosce e respira. Non è un caso che l’interpretazione (sopra le righe quanto realistica) dello “Zingaro” Luca Marinelli (l’abbiamo appena visto in Non essere cattivo di Claudio Caligari) finisca quasi per mettere in ombra il pur bravo Santamaria. Quasi un antieroe, più che un villain, l’espressione più brutale (ma vera) di una logica di potere, e di anarchica aspirazione al dominio, che permea l’intera vita di una città.
La componente grottesca, tenuta sempre dal regista al di qua del bozzetto gratuito e autoreferenziale, si inserisce in modo quasi naturale nel tessuto noir della storia: in una città in cui un personaggio come lo Zingaro vive, si arricchisce ed acquisisce potere, non è in fondo così strano che una ragazza trasfiguri la sua realtà nei personaggi di un cartone animato. I deraglianti dialoghi che vedono protagonista il personaggio di Alessia strappano sì risate, ma, inserendosi in un contesto metropolitano che non si fa mai mero pretesto di sfondo, trovano una precisa giustificazione narrativa; mantenendo anche (considerate le premesse della storia) una loro credibilità.

Mainetti passa così, con naturalezza, dal registro realistico a quello grottesco, preparando il terreno per la presa di coscienza del protagonista (maturata nel modo più originale e sui generis) e abbracciando infine le logiche del genere supereroistico. Lo fa mantenendo intatto lo sguardo cinico e disincantato per i suoi personaggi, con la geografia umana che li circonda (dall’una e dall’altra parte della barricata), descrivendo una love story sopra le righe quanto vera, e gestendo il tutto con grande mestiere e senso dell’intrattenimento. Lo chiamavano Jeeg Robot non è privo di passaggi narrativi forzati, di cadute di ritmo e lungaggini (in questo senso, i 112 minuti sono probabilmente troppi, per la dimensione che si è scelto di dare alla storia): ma Mainetti dimostra gusto cinematografico e consapevolezza, autoironia e vigore, e si produce anche in ottimi pezzi di regia (la lunga sequenza finale è, in questo senso, pregevolissima). Soprattutto, il regista evita di perdere di vista, nella giustapposizione e sovrapposizione dei suoi immaginari di riferimento, il senso ultimo della storia: una fiaba metropolitana che vuole descrivere un moderno e originale senso di “eroismo”. Il riconoscimento del coraggio, e della passione che il regista ha profuso in questo suo esordio, è inevitabile. Così come il puntuale, ma questa volta pienamente convinto, applauso che accompagna i titoli di coda.

Info
Il trailer di Lo chiamavano Jeeg Robot su Youtube.
La scheda di Lo chiamavano Jeeg Robot sul sito della Festa del Cinema di Roma.
  • lo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-01.jpg
  • lo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-02.jpg
  • lo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-03.jpg
  • lo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-04.jpg
  • lo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-05.jpg
  • lo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-06.jpg
  • lo-chiamavano-jeeg-robot-2015-gabriele-mainetti-07.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    festa-del-cinema-2015Roma 2015

    Il Festival del Film di Roma 2015, dal 16 al 24 ottobre, giunto alla decima edizione. Come già l'anno scorso, si conferma il ritorno all'idea di Festa. Con quali risultati?
  • Festival

    roma-2015-minuto-per-minuto-cov932Roma 2015 – Minuto per minuto

    Annotazioni, pensieri, piccole e grandi polemiche: il resoconto della vita quotidiana nei fatidici giorni della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, dal 16 al 24 ottobre 2015.
  • Archivio

    suburra-2015-stefano-sollima-cov932Suburra

    di L'opera seconda di Stefano Sollima conferma le doti di un regista quasi unico nel panorama italiano contemporaneo. Un noir ipercinetico e denso, fradicio di umori, che racconta la Roma di oggi, tra malavita e neo-fascismo.
  • Venezia 2015

    non-essere-cattivo-cov932Non essere cattivo

    di Fuori concorso a Venezia, esce in sala il film postumo di Claudio Caligari. Un viaggio nell'Ostia degli anni Novanta, tra relitti della società e un'umanità alla cerca della propria pace. Forse impossibile.
  • In Sala

    _1-salma_9426.jpgIl racconto dei racconti – Tale of Tales

    di Matteo Garrone si avvicina al fantasy traendo ispirazione dalla raccolta di fiabe Lu cunto de li cunti di Giambattista Basile. In concorso al Festival di Cannes 2015 e nelle sale italiane.
  • In sala

    il-ragazzo-invisibile-gabriele-salvatores-2014-cov932Il ragazzo invisibile

    di Gabriele Salvatores sperimenta anche in Italia il cinema di supereroi: il risultato è a tratti interessante ma goffo, rovinato da uno script inadatto a un progetto di questo tipo.
  • Interviste

    manetti-paura-3d-terza-parte-intervistaI Manetti Bros: sul sentirsi liberi

    Terza parte dell’intervista con i Manetti Bros.: da due loro film poco conosciuti, Torino Boys e Cavie, alla divisione del lavoro fino alla libertà di accettare delle commissioni apparentemente lontanissime, come Rex e un documentario sull'omosessualità in Sicilia.
  • Interviste

    song-e-napule-parte-secondaI Manetti Bros.: la musica e il digitale

    Nella seconda parte dell’intervista con i Manetti Bros. abbiamo parlato di musica – elemento essenziale del loro cinema -, del passaggio dal vinile al cd e dell’avvento del digitale.
  • Interviste

    manettiI Manetti Bros: Song’e Napule e il cinema popolare

    Il consenso raccolto al Festival di Roma, una disamina della situazione produttiva italiana e un tentativo di ridefinizione del cinema di genere. Ne abbiamo parlato con i Manetti Bros...
  • In Sala

    Take Five (2013) di Guido Lombardi - Recensione | Quinlan.itTake Five

    di Dopo Là-bas, la seconda regia di Guido Lombardi è una riscrittura, tutta napoletana, de I soliti ignoti. Pur se alla lunga si sente l'assenza di ritmo, il film fa sperare in un ritorno del cinema di genere.
  • Roma 2013

    La Santa (2013) di Cosimo Alemà - Recensione | Quinlan.itLa Santa

    di L'opera seconda di Cosimo Alemà è un thriller che guarda con insistenza al new horror statunitense degli anni Settanta.
  • In sala

    Song'e Napule (2013) di A. e M. Manetti - Recensione | Quinlan.itSong’e Napule

    di , Il divertente e riuscito omaggio al poliziottesco firmato dai Manetti Bros., dopo essere stato presentato al Festival di Roma, approda in sala...
  • Cult

    dark-waters-1994-mariano-baino-cov932Dark Waters

    di L'horror cult diretto nel 1993 dal napoletano Mariano Baino è ancora pressoché sconosciuto. Riscoprirlo a oltre venti anni dalla sua realizzazione permette di coglierne l'assoluta unicità, anche nel rispetto dei canoni del genere.
  • In sala

    veloce-come-il-vento-2016-matteo-rovere-recensioneVeloce come il vento

    di Matteo Rovere torna alla regia con Veloce come il vento: ambizioso progetto d'ambientazione automobilistica che guarda - con convinzione ma con qualche impaccio di troppo - al modello del cinema di genere statunitense. E con uno Stefano Accorsi al di là del bene e del male, vicino al sublime.
  • Festival

    Bifest-2016-cov932Bif&st 2016

    Otto giorni di anteprime internazionali, esordi italiani, mostre, convegni e omaggi, tra cui quelli a Ettore Scola, Marcello Mastroianni e Cecilia Mangini: è di scena a Bari dal 2 al 9 aprile il Bif&st 2016.
  • In sala

    troppo-napoletano-2016-Gianluca-Ansanelli-recensioneTroppo napoletano

    di Con Troppo napoletano il regionalismo assurge a fenomeno nazionale. Prodotto da Alessandro Siani, in collaborazione con Cattleya e Rai Cinema e distribuito dalla 01, il secondo film di Gianluca Ansanelli punta a seguire l'esempio di Song'e Napule - copiandone anche non pochi elementi - e in fin dei conti non sfigura nemmeno troppo.
  • In sala

    nemiche-per-la-pelle-2016-luca-lucini-cov932Nemiche per la pelle

    di Luca Lucini firma una commedia bolsa, senza ritmo e idee, stanca propaggine di un modus operandi produttivo sempre più staccato dal contesto nel quale va a inserirsi.
  • Bif&st 2016

    senza-lasciare-traccia-2016-gianclaudio-cappaiSenza lasciare traccia

    di Sospeso tra thriller psicanalitico e revenge movie, Senza lasciare traccia segna il promettente esordio di Gianclaudio Cappai. In anteprima al Bif&st 2016 e nelle sale dal 14 aprile.
  • In sala

    zeta-cosimo-alema-recensioneZeta

    di Tentativo di racconto di un mondo, e di una sottocultura percepita come affine, Zeta si sfalda in una narrazione poco centrata ed episodica, segnando una battuta di arresto per il cinema di Cosimo Alemà.
  • Venezia 2016

    il-più-grande-sogno-2016-michele-vannucci-recensioneIl più grande sogno

    di In concorso in Orizzonti a Venezia 2016, Il più grande sogno è il primo lungometraggio di Michele Vannucci in cui - nel rimettere in scena la storia vera del suo protagonista, Mirko Frezza - si racconta una vicenda di borgata, di violenza e di riscatto.
  • Venezia 2016

    intervista-a-giona-a-nazzaro-cov932Intervista a Giona A. Nazzaro

    Al termine dei lavori della Settimana Internazionale della Critica abbiamo intervistato il delegato generale Giona A. Nazzaro, con il quale abbiamo parlato di cinema, democrazia, Rossellini e molto altro… All’intervista ha partecipato con alcuni interventi anche uno dei membri del comitato di selezione, Beatrice Fiorentino.
  • In sala

    mine-2016-fabio-guaglione-fabio-resinaro-recensioneMine

    di , Al loro esordio nel lungometraggio, forti di una co-produzione internazionale, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro confezionano con Mine un insolito esempio di thriller contaminato con l’estetica del war movie.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento