Dracula

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Per il terzo anno consecutivo Radu Jude non manca l’appuntamento con il Festival di Locarno, e dopo il fondamentale Do Not Expect Too Much from the End of the World e il dittico composto da Sleep #2 e Eight Postcards from Utopia tocca addirittura a Dracula, sorta di film saggio che sprofonda volontariamente nel trash e nella boutade per parlare del succhiasangue per eccellenza, ma anche di capitalismo, appropriazione culturale, e libertà di pensiero/azione. L’alto e il basso si toccano e si fondono, senza compromessi.

Decine di piccoli film su Dracula

Film su Dracula made in Transilvania. In sintesi: una caccia al vampiro, Dracula e zombi in mezzo a uno sciopero, il fantascientifico ritorno di Vlad l’Impalatore, un adattamento del primo romanzo di vampiri romeno, una love story, un film-collage che attinge da un classico, una triviale leggenda popolare, inserti kitsch generati dall’IA e molte altre chicche. Un omaggio a un mito del cinema.[sinossi]

Nello scrutare i volti di una parte non indifferente di critici e addetti ai lavori al termine della proiezione stampa di Dracula, quindicesimo lungometraggio per il cineasta rumeno Radu Jude, è stato possibile scorgere un minimo comun denominatore: il disappunto. Vagando nell’aria gli occhi di chi era appena uscito da quasi tre ore di apparente delirio camp dedicate al succhiasangue per eccellenza della cultura dominante – e dunque occidentale – sembravano quasi chiedersi “perché?”. Perché esiste un film come questo? Perché qualcuno ha sentito la necessità di lavorare in tale direzione nell’approcciarsi alla storia (alle storie) incentrate sul conte transilvano? E perché ancora Radu Jude, un regista che potrebbe ambire alla statica solidità del concorso di Cannes o di Venezia si adopera a giocare così con il cinema, il suo immaginario, fino forse addirittura a osare svilirlo? Erano questi i quesiti che si accumulavano nel piccolo spazio antistante il Kursaal, la sala che per tradizione accoglie le proiezioni dedicate alla stampa dei film in concorso al Festival di Locarno; interrogativi che sono poi rimbalzati di proiezione in proiezione, incontrando e con ogni probabilità sconvolgendo il pubblico che affolla le sale della kermesse ticinese. Cos’è in fin dei conti Dracula di Radu Jude se non uno “scherzo”? Lo è, indiscutibilmente, se però si legge il termine nell’accezione musicale, soprattutto in relazione all’ossimoro drammatico/grottesco in cui eccelsero tra gli altri Gustav Mahler e Dmitrij Šostakovič. La verità è che con la sua sola programmazione in concorso – e il merito di questo va attribuito a Giona A. Nazzaro e al suo gruppo di lavoro, che hanno orchestrato una competizione assai coraggiosa e profondamente politica, da Abbas Fahdel a Kamal Aljafari, fino al sublime Abdellatif Kechiche e a Fabrice Aragno e Alexandre Koberidze – Dracula ha contribuito a svelare un segreto di Pulcinella, quello che vuole che le speculazioni siano trattate in modo “serio”, l’unico accettato per essere considerati credibili. Una discettazione che riporta alla mente la polemica sulla risata aristotelica che è al centro de Il nome della rosa; e non è forse casuale che tra i molti intellettuali citati all’interno di questo calderone dell’ultra-pop che il regista rumeno ha edificato con cura certosina ci sia spazio anche per l’eccelso erudito alessandrino venuto a mancare nel 2016, quando il nome di Jude era ancora appannaggio di pochi intimi – per quanto Aferim! avesse già preso parte alla competizione berlinese.

Per non lasciarsi stordire, e forse finanche irritare da questa messa atea e dionisiaca a suffragio del nobile di Valacchia dell’ordine del Drago, occorre solo avere un minimo di dimestichezza con il cinema di Jude. Un cinema che è sempre stato orgogliosamente popolare, trovando lo spazio per quella commistione fra l’alta dottrina e il ragionamento sul proprio tempo e le sue “abitudini” che rende il regista il più sincero – e non sovra-costruito – adepto di Jean-Luc Godard; chi oggi si stupisce nel vedere come Jude preferisca il riferimento a Ed Wood a quello a Francis Ford Coppola dimostra di non aver mai saputo davvero collocare il suo immaginario. Allo stesso modo l’evidente ridondanza del film (“c’era bisogno che durasse quasi tre ore?”, obietterà più d’uno) è parte integrante, essenziale, del discorso sulla ripetizione, sul riciclo, e sull’immagine riscrivibile che sussume l’identità stessa del cinema judeano. Si ritorni con la mente a quello che finora era stato il raggiungimento più elevato – almeno come riconoscimento “esterno” – del sincretismo tra erudizione e prassi popolare, vale a dire Bad Luck Banging or Loony Porn, che nell’edizione online della Berlinale nel 2021 si portò a casa l’Orso d’Oro: il secondo dei tre movimenti di cui si compone il film si intitolava “Mic dicționar de anecdote, semne și minuni”, vale a dire Breve dizionario di aneddoti, segni e prodigi, spazio d’immagine in cui Jude passava in rassegna tutti i termini propri della speculazione in cui si era lanciato per tentare di inquadrare nella sua stratificazione la società rumena. Jude è un archivista, ma allo stesso non disdegna il valore più alto del concetto di “gioco”, e in qualche modo era inevitabile che la sua pervicace ricerca dell’immagine già edificata – ad esempio in opere quali The Dead Nation o The Exit of the Trains (in co-regia con Adrian Cioflâncã), ma anche in frammenti di Do Not Expect Too Much From the End of the World o I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians – arrivasse a ragionare da vicino sul mondo dei social network, e dei video-fai-da-te. Il porno amatoriale che dà il la alle vicende di Bad Luck Banging or Loony Porn e i video survoltati che registra su Tik Tok Angela/Bobiţă in Do Not Expect Too Much From the End of the World sono già il preludio all’uragano d’immagini di ogni tipo e provenienza che si abbatte sullo spettatore durante la visione di Dracula.

Come già accennato in precedenza il quindicesimo lungometraggio di Jude frammenta in modo sistematico la figura dell’über-vampir della cultura europea, ne utilizza l’iconologia per sminuzzarlo, inserendolo in quella dialettica inesauribile sull’appropriazione culturale – e sul mercimonio – da parte dell’occidente che è parte integrante delle riflessioni del cineasta rumeno. Non sfuggirà ai più attenti come Jude sia di origine transilvana (il precedente Kontinental ’25, visto in concorso alla Berlinale a febbraio, era ambientato a Cluj, città nevralgica per l’area di confine nei Carpazi in cui Bram Stoker collocò il conte demoniaco), e come quindi per lui la questione sia duplice. Non è certo casuale che tra i mille e più riferimenti di cui trabocca questo omnibus di un ipotetico “avantgarde b-movie” si trovi spazio anche per una rivisitazione di Vampirul, considerato il primo romanzo rumeno sui vampiri, dato alle stampe da di G. M. Amza e Al. Bilciurescu nel 1938: si tratta del segmento più lungo del film, lungo da solo quasi cinquanta minuti. Un mediometraggio in cui la lotta tra il Bene e il Male vede soccombere un Dracula fittizio, un vampiro che è in realtà una maschera dietro la quale si cela il volto di un prete perverso (interpretato da Șerban Pavlu, che aveva già interpretato un pope in Kontinental ’25), che viene combattuto da un giovane che come da tradizione letteraria crede solo e soltanto nella scienza. Il giovane ha le fattezze di Adonis Tanța, a sua volta già visto nel controcanto rosselliniano presentato alla Berlinale – era l’ex studente di diritto della protagonista costretto a vivere come rider per un’azienda simil-Glovo – e che in Dracula svolge il compito del mattatore, visto che oltre a essere presente nella maggior parte degli sketch è anche l’io narrante, il personaggio che fa da collante tra i vari episodi, regista che vendendosi all’industria e al commercio ha deciso di far elaborare il suo film su Dracula a un’intelligenza artificiale chiamata Dr. AI Judex 0.0. A questa piattaforma virtuale di volta in volta indica quali parametri inserire perché l’operazione vada in porto: un procedimento che sembra quasi strizzare l’occhio ai film-pastiche del trio ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker), soprattutto in quel Kentucky Fried Movie che affidarono poi alla regia di John Landis, o ai deliri demenzial-intellettuali dei Monty Phyton.

Ecco quindi che Dracula si trasforma in una rilettura a dir poco personale del Nosferatu di Murnau, in un ripensamento con tanto di vecchietta da prosciugare delle cliniche estetiche in cui Ceaușescu ospitava a suon di dollari i VIP occidentali – anche Charlie Chaplin! –, in un folgorante dramma sentimentale rurale dalla prospettiva socialista (ma con paletto nel cuore annesso, anche se non per estirpare il male dai denti aguzzi) tratto da un racconto di Nicolae Velea e che rappresenta forse l’apice estetico del film, nell’adattamento à la von Trier di Povestea pulei di Ion Creangă – dove di nuovo è un pope a gabbare la protagonista, una contadina incarnata da Ilinca Manolache, altra presenza pressoché fissa nei cast di Jude –, vale a dire senza ricorrere alla scenografia, nel “ritorno a casa” di un Dracula bambino che viene scacciato dalla dimora di Vlad l’impalatore perché troppo petulante nei confronti del gruppo di turisti in visita e della sua guida. Un fuoco di fila di intuizioni e profanazioni dell’icona vampiresca cui funge da collante la storia di due attorucoli, un supposto Dracula che dovrebbe andare in pensione e una Vampira che cita apertamente Ed Wood (nume tutelare del film) che lavorano al soldo di un pulcioso locale di Sighișoara dove si rievoca la figura dell’immortale non-morto in chiave erotica, per spennare turisti per lo più tedeschi o statunitensi. A questi viene poi concesso, armati di paletti di frassino, di inseguire i due “vampiri” per le strade della città, fino alla Chiesa sulla collina o alla Torre dell’Orologio. Vampira e Dracula, ben nascosti, hanno modo di discutere dello sfruttamento lavorativo cui vanno incontro, vagheggiando fughe all’estero – proprio in quei paesi da cui provengono i turisti che si sollazzano nell’inseguirli. Inevitabilmente, come un filo rosso, durante la visione di Dracula si fa strada la coerente riflessione anticapitalista che da sempre attraversa il cinema di Jude, dai dichiarati accenti marxisti – c’è anche una rievocazione di uno sciopero del 1938 sedato nel sangue con il vampiro al posto del proprietario della fabbrica circondato da squadristi-zombi. E dopotutto Marx nei Grundrisse arrivò a evocare direttamente la figura del vampiro (“Il capitale è lavoro defunto che, come un vampiro, prende vita solo assorbendo lavoro vivo”). Così il film si trasforma anche in una riflessione sull’alienazione industriale, sulla solitudine come arma del Capitale per disgregare e fare a pezzi il collettivo. Jude non narra di vampiri, ma di vampirizzazioni. Non si affranca dall’alto – c’è tutto un profluvio di citazioni, a partire dal succitato Eco – ma rivendica la necessità di tornare a ragionare sulla scatologia, sulla volgarità, su ciò che lega l’immagine al “popolare”; impossibile dunque esimersi dall’utilizzo dell’AI, non solo per evitare di dover pagare i diritti a Bram Stoker’s Dracula ma anche per non chiudersi in un eremo al di fuori del contemporaneo. In Dracula di Radu Jude ce n’è di tutti i (dis)gusti, tra pornografia a buon mercato, disegni fallici in ogni dove, abominevoli deformazioni dell’artificio digitale – donne con tre vagine, uomini con il pene in faccia –, e ovviamente sangue che scorre in ogni dove, perché ogni luogo è profanabile dalla violenza, e dal sopruso. Non a caso il film si apre su una lunga serie di interpretazioni tra le più varie che l’AI può dare del vampiro per eccellenza che immancabilmente sono accompagnate dalla seguente frase: “Sono Vlad l’Impalatore Dracula e vi faccio un pompino”. Può legittimamente irritare un’opera come quella di Jude, e la si può anche rigettare con forza, ma non fa altro che interrogarsi in modo sapiente e beota allo stesso tempo sulle derive del contemporaneo: derive politiche, estetiche, narrative, collettive e singole. Chi oggi volta le spalle a Jude, quasi offeso da un lavoro che non disdegna il concetto di trivialità, non ha forse mai davvero compreso lo spirito analitico del regista rumeno, coerente a sé fin dai tempi di The Happiest Girl in the World e Everybody in Our Family, commedie grottesche che mettevano alla berlina il microcosmo nazionale. L’incessante riflessione di Jude sulla Romania e le sue modalità di auto-lettura attraverso l’immaginario si arricchisce qui di un frammento tratto da Vlad, l’impalatore, il film del 1979 di Doru Nastase che – assecondando la linea rintracciabile nelle “Tesi di luglio” di Ceaușescu (1971) – leggeva Vlad III di Valacchia come guida forte e stabile, rifuggendo dalla versione demoniaca instillata nel pubblico dal romanzo di Stoker. Non c’è nell’Europa del 2025 un autore di cinema tanto stratificato quanto Radu Jude, così sfrontato da credere ancora nella libertà dell’immagine, e nel potere politico del “popolare”.

Info
La scheda di Dracula sul sito di Locarno 2025.

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