Roma 2013 – Minuto per minuto

Roma 2013 – Minuto per minuto

Tornano i festival e, come d’abitudine, torna anche il minuto per minuto. Per dieci giorni l’Auditorium Parco della Musica si trasforma nell’epicentro della vita cinematografica capitolina. In un autunno che continua a mantenere le temperature dell’estate (o giù di lì), ecco a voi i commenti a caldo sul Festival di Roma. Buona lettura!

 

Sabato 16 novembre

22.26
Oramai saprete già tutti della vittoria di Alberto Fasulo e del suo ottimo Tir, ma noi eravamo in sala a recuperare lo straordinario Tariq Teguia di Zanj Revolution (riottoso à la Godard) e quindi possiamo scriverne solo ora. Il lavoro della giuria, nonostante alcuni abbiano mugugnato per il premio a Scarlett Johansson e alla sua voce in Her di Spike Jonze, non può che essere apprezzato, visti anche i riconoscimenti a Kiyoshi Kurosawa e Tayfun Pirselimoğlu. All’interno del concorso CinemaXXI doveroso il premio a Jan Soldat e al suo The Incomplete, mentre pur avendo apprezzato il lavoro di Aliona Poliunina con Nepal Forever il film non rientrava tra i nostri preferiti della sezione. [r.m.]

14.30
Un’avventura giocosa e dal ritmo indiavolato, le coreografie wuxia, un 3D sfruttato a dovere, una computer grafica squisitamente démodé e tutto il talento di Tsui Hark: ecco Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon, prequel che mescola con ironia il cinema d’antan e le potenzialità degli odierni effetti speciali. Un gioiellino. [e.a.]

11.00
Recuperato in extremis ieri sera Parce que j’étais peintre sconvolgente documentario di Christophe Cognet in concoso a CineMaxxi. Si tratta di un’inchiesta rigorosa sulla produzione artistica all’interno dei campi di concentramento nazisti, che si sviluppa attraverso interviste agli artisti sopravvissuti e ai conservatori museali di queste opere. Ne emerge gradualmente una rimessa in discussione del ruolo e del significato dell’arte e un affondo sul realismo e sulla possibilità di un’estetica per opere nate in un tale contesto. Un documento prezioso e illuminante. [d.p.]

 

Venerdì 15 novembre

18.40
Un lungo applauso accompagna i titoli di coda di Fuoristrada di Elisa Amoruso, presentato in concorso nella sezione Prospettive Doc Italia. Risate e commozione per un dolce e delicato film sull’amore che sa come toccare le corde del cuore e inumidire le palpebre. [f.d.g.]

14.40
Another me di Isabelle Coixet, ultimo film del Concorso ad esser presentato, ha involontariamente suscitato le risate di diversi giornalisti in sala. Non si può dire che sia un lungometraggio totalmente riuscito o che abbia qualcosa di originale che spicca a tal punto da folgorarci, ma in fondo la sufficienza gliela possiamo concedere soprattutto se lo pensiamo nell’ottica dell’intrattenimento e non di un film che aspiri a chissà quale status. Facciamo ancora una volta i conti col tema del doppio e la regista spagnola cerca di farci immedesimare nelle domande e, in particolare, nelle paure di un’adolescente la cui quotidianità cambierà da un momento all’altro. [m.l.t.]

11.13
Il terzo e ultimo film italiano presentato in concorso, Tir di Alberto Fasulo, si dimostra anche il miglior titolo del terzetto: nella vita quotidiana di un autista di camion (che preferisce un’esistenza sulle autostrade d’Europa alla misera paga di supplente in Croazia) Fasulo nasconde un’umanità dolorosa, che per vivere non può fare altro che sporcarsi le mani. Uno sguardo che, pur nella completa finzione del racconto, non può non farsi documentario, dimostrando una volta di più l’inutilità delle categorie preordinate… [r.m.]

10.20
Recuperato ieri, all’ultima proiezione disponibile, Orlando ferito di Vincent Dieutre, uno dei capolavori di questo festival. Presentato nella sezione CinemaXXi, il film è una sorta di saggio autobiografico di Dieutre – appartato cineasta francese – interamente dedicato alla Sicilia e alla sua capacità di essere metafora del presente della civiltà occidentale. Partendo da un libro di Georges Didi-Huberman, Come le lucciole, dedicato a una rilettura del famoso testo di Pasolini sulla scomparsa delle lucciole nella civiltà dei consumi, Dieutre cerca – in un errare solo apparente e in realtà regolato da una logica cartesiana – i residui, le sopravvivenze, i barlumi di resistenza in una società che vive nel pieno della catastrofe, condizione particolarmente accentuata nell’Italia berlusconiana e, ancor di più, in una Sicilia la cui decadenza sembra irreversibile. Eppure Orlando ferito è un film pieno di speranza che, proprio in diversi aspetti della vita siciliana, riesce a cogliere la resistenza delle “lucciole”, il retaggio di una tradizione che si è salvata dalla catastrofe consumistica, e in cui l’Orlando del titolo, quello dei pupi, pur ormai relegato in un quasi-oltretomba, riesce a farsi voce e corpo di una ferita – quella dell’incivilizzazione dei tempi – che in quanto tale costringe e consente di essere ancora vivi. [a.a.]

 

Giovedì 14 novembre

13.20
Applausi alla proiezione stampa del secondo film italiano del concorso, Take Five di Guido Lombardi, commedia nera alla Soliti ignoti con un buon inizio e una parte centrale tirata troppo per le lunghe. Lombardi – al secondo film dopo Là-bas – conferma di volersi inserire con costanza nei codici del cinema di genere ma, se è comprensibile il low budget del film che costringe i personaggi per quasi tutto il tempo in interni, meno convincente appare la mancanza di ritmo – se non nelle scene d’azione (ce ne sono pochissime), quantomeno nei dialoghi. Tutto sommato però si tratta di un’operazione da difendere e a questo punto comincia a diventare chiara la proposta e, anzi, il guanto di sfida lanciato da questa edizione del festival: con Song’e Napule, La Santa e Take Five si stanno articolando finalmente le premesse per tornare al cinema di genere. Si tratta di un dato di cui bisognerà tener conto. [a.a.]

11.45
Superata la falange di pubescenti che affollano i cancelli dell’Auditorium (da ieri…), abbiamo visto il tanto atteso Hunger Games: la ragazza di fuoco, classico blockbuster che assicura ai festival prime pagine e abbondante copertura mediatica – il vero festival è altrove, nelle sale che proiettano le opere di German, Rockwell e compagnia, ma questo è un altro discorso. Torniamo a Hunger Games dei due Lawrence : Jennifer si conferma brava (e bella), capace di calarsi senza incertezze in una romcom o in una science fiction intrisa di azione, mentre Francis (lo ricordiamo con poco entusiasmo per Constantine, Io sono leggenda e Come l’acqua per gli elefanti) porta a casa la pagnotta. Il film decolla nella seconda parte, lancia gli inevitabili capitoli successivi e si lascia guardare, scivolando via senza difficolta. Praticamente perfetto per il grande pubblico… [e.a.]

01.47
A notte fonda facciamo un piccolo salto all’indietro e torniamo alla proiezione di O Novo Testamento de Jesus Cristo segundo João, presentato nel concorso di CinemaXXI: Joaquim Pinto e Nuno Leonel registrano il testo del Vangelo di Giovanni recitato da Luis Miguel Cintra, accompagnandolo (di quando in quando) a immagini. Un’opera che possiede una potenza misteriosa e sorprendente, e che regala la splendida prova d’attore a Cintra.
In serata abbiamo poi recuperato Beautiful New Bay Area Project, il cortometraggio di Kiyoshi Kurosawa che in mattinata avevamo saltato per non perdere neanche un minuto di Aleksei German. Un’opera pazzoide e spiazzante, divertissement che è anche il primo film di “combattimenti” – il virgolettato è d’obbligo – della carriera di Kurosawa. La conclusione perfetta di una giornata cinefila indimenticabile. [r.m.]

 

Mercoledì 13 novembre

15.00
Postilla necessaria per Hard to Be a God. Un piccolo mistero ha avuto luogo durante la proiezione, quando improvvisamente è sembrato uscire dallo schermo un uccello splendidamente volteggiante in Sala Petrassi. Il volatile è subito dopo sparito nel nulla. In sala ci siamo ritrovati perplessi e sorpresi e, tra vicini di posto, ci siamo domandati, in una versione aggiornata dei tempi del cinema delle origini: quell’uccello era un effetto ottico (ma sembra impossibile) oppure un vero volatile (ma, in quel caso, come avrebbe fatto ad entrare, visto che la Petrassi non ha una immediata apertura all’esterno?). Sempre più incuriositi abbiamo chiesto all’ufficio stampa del festival, Cristiana Caimmi, se lei ne sapesse qualcosa. La risposta ha rilanciato il mistero: già quasi una ventina di persone le avevano fatto la stessa domanda e lei, non trovandosi in sala in quel momento, non sapeva cosa rispondere. Allucinazione collettiva oppure il misterioso pennuto ha nidificato in Petrassi? O, ancora, con suggestioni poetiche, si è trattato di un miracolo dovuto alla bellezza abbagliante dell’ultimo lavoro di German (morto lo scorso febbraio), così come ha ipotizzato l’attore principale del film? [a.a.]

13.42
In un mercoledì di sciopero dei mezzi, arrivano al festival due pezzi da novanta. La mattinata si è aperta con Seventh Code, splendido noir ironico e basico di Kiyoshi Kurosawa: un film libero da qualsiasi vincolo di genere, minimale e asciutto, che beffa in continuazione lo spettatore.
Ancora con gli occhi grati per questa visione ci siamo recati in Sala Petrassi, dove ci ha accolto il capolavoro postumo di Aleksey German, Hard to be a God. Quasi tre ore monolitiche, dominate da un impianto visivo folgorante e da una messa in scena che lascia a bocca aperta. Un futuro che è già medioevo, laido e brutale, per un’umanità che ha smarrito la filosofia. Immenso. [r.m.]

12.30
Gli dei dell’Olimpo, temporaneamente desautorati dei loro poteri, sbarcano nella New York contemporanea. Succede in Gods Behaving Badly di Marc Turtletaub, presentato fuori concorso al Festival. Rilettura trita e per palati poco raffinati di vizi e virtù del pantheon greco, Gods Behaving Badly si affida con troppa sicumera al suo spunto di partenza: mettere nei panni delle divine creature una serie di star hollywoodiane: Christopher Walken incarna Zeus, Sharon Stone è Afrodite e John Turturro Ade. [d.p.]

07.45
Dopo aver chiuso la serata di ieri con uno dei migliori film del concorso, Blue Sky Bones di Cui Jian, ci prepariamo alla giornata di oggi (con tanto di sciopero dei mezzi pubblici) con aspettative altissime: arrivano infatti all’Auditorium Kiyoshi Kurosawa, Joaquim Pinto e soprattutto il film postumo di Aleksey German! [r.m.]

 

Martedì 12 novembre

21.10
Davvero bello l’unico film cinese in concorso al Festival, Blue Sky Bones, presentato stasera in anteprima stampa a una platea purtroppo poco numerosa. L’autore della pellicola è Cui Jian, noto per essere il padre della musica rock in Cina e protagonista di un film cardine della cinematografia contemporanea mandarina come Beijng Bastards (1993) di Zhang Yuan. Con una fotografia meravigliosa – non a caso opera di Christopher Doyle – Blue Sky Bones racconta passato e presente di un giovane e timido musicista (e della sua famiglia), districandosi abilmente tra la censura ai tempi della Rivoluzione Culturale e quella odierna che colpisce soprattutto il web. Il tutto è affrontato attraverso un virtuostico (ma non compiaciuto) gioco narrativo di incastri e di détour e con stili visivi diversissimi, tesi a ripercorrere una sorta di storia iconografica degli ultimi trent’anni cinesi. Probabilmente, allo stato attuale delle cose, il miglior film del concorso. [a.a.]

13.28
I corpi estranei di Mirko Locatelli, primo film italiano in concorso, delude almeno parzialmente le aspettative: la regia di Locatelli si dimostra matura e asciutta, priva di fronzoli, e alcune sequenze restano impresse nella memoria grazie anche all’eccellente interpretazione di Filippo Timi. Ma il film risulta comunque squilibrato, e la parte relativa al rapporto tra il padre italiano mediamente razzista con il bambino di tre anni malato di tumore e il vicino di stanza tunisino all’ospedale sembra piuttosto tagliata con l’accetta ed esageratamente “buonista”. Si fosse concentrato solo sull’elaborazione del dolore e l’attesa snervante in corsia, I corpi estranei sarebbe volato molto in alto, così rimane “solo” un film interessante. [r.m.]

12.45
Facciamo un passo indietro e spendiamo qualche parola per l’affascinante documentario A mãe e o mar di Gonçalo Tocha, presentato in anteprima internazionale nella sezione CinemaXXI. Il regista portoghese ci immerge in un microcosmo in via di estinzione, un’eccezione che purtroppo non è regola: a Vila Chã c’è l’ultima donna timoniere, testimonianza vivente di quella che un tempo era una piccola flotta al femminile. Accurata composizione dell’inquadratura, formato ridotto per sfuggire alle pastoie dei seducenti panorami da cartolina e capacità di raccontare luoghi e persone, soffermandosi sulle immagini, lasciandole decantare, catturando volti, espressioni, rughe, parole e silenzi. E poi il mare. [e.a.]

12.00
Del maiale non si butta via niente. Nemmeno dei giovani attivisti a stelle e strisce, freschi bocconcini in attesa di essere gustati. L’importante è non abbondare con le spezie per non coprire i sapori. Insomma, The Green Inferno di Eli Roth è un piatto prelibato, un’orgia di carne e sangue, una stilettata alla supponenza della società occidentale. E, con molto garbo, è anche un omaggio sincero a Ruggero Deodato e ai cannibal-movie italiani (i tempi belli del cinema di genere…). [e.a.]

 

Lunedì 11 novembre

20.25
Storie di sopravvivenza in una terra di nessuno dimenticata da Dio e dalle Istituzioni, tra degrado e false promesse delle amministrazioni locali. I figli del Bronx guidati da Gaetano Di Vaio danno ancora una volta voce agli ultimi in quel della Campania. Con Ritratti abusivi, in concorso nella sezione Prospettive Doc Italia, il regista Romano Montesarchio ci trascina nel Parco Saraceno, nella zona di Castel Volturno, attraverso un affresco corale dei suoi abitanti abusivi. Un’opera che restituisce la dignità di un gruppo di persone che lottano per continuare a vivere, nonostante tutto e tutti, ma che non regge la pressione drammaturgica della lunga distanza, perdendo gradualmente la freschezza del racconto e l’efficacia tecnica che caratterizzano i primi trenta minuti. [f.d.g.]

20.06
Il cinema è ancora strumento dialettico, checché se ne possa pensare. Lo dimostra ciò che è avvenuto al termine della proiezione di Atlas di Antoine d’Agata, opera dura e difficile da metabolizzare, di una potenza espressiva che annichilisce e (volutamente) costringe lo spettatore a interrogarsi sul senso dell’immagine e della “messa in scena”. Nel film d’Agata mostra le prostitute con cui si intrattiene durante i suoi viaggi in giro per il mondo e ne fa ascoltare la voce mentre ne mostra gli amplessi e l’assunzione di droghe. Al termine della proiezione un uomo, spinto da un senso civile che non riesce a evitare le trappole della morale borghese, accusa il film di veicolare un messaggio sbagliato, di accettazione della prostituzione e della droga. Si definisce “indignato” di fronte alla produttrice e alla montatrice del film. Prima che chiunque possa intervenire gli risponde un’altra spettatrice, dicendosi indignata a sua volta e offesa dalle parole appena pronunciate dall’uomo. Un botta e risposta “spettatoriale” che ben restituisce il senso di una sezione come CinemaXXI, che è continua ricerca, studio, analisi, discussione sul cinema e sull’immagine in movimento nel suo complesso. [r.m.]

14.39
Il cinema italiano ‘popolare’ è vivo, e lotta insieme a noi. Almeno questo è ciò che traspare dalle giornate del Festival di Roma. Già si è detto ieri del bel poliziottesco dei Manetti Bros., e La Santa di Cosimo Alemà non fa che rincarare la dose. Un noir/thriller che guarda dalle parti del cinema hollywoodiano degli anni Settanta, tra paesani ben poco amichevoli e criminali non proprio preparatissimi. Qualche incertezza nel finale, ma nel complesso un’operazione interessante, ben diretta da Alemà, caccia sadica senza speranza di redenzione. Affascinante. [r.m.]

14.26
Romeo & Juliet, la storia d’amore per eccellenza torna ad essere trasposta al cinema. A pensarci è Carlo Carlei, regista e sceneggiatore italiano che si era guadagnato il favore degli Studios con La corsa dell’innocente (1993). Purtroppo, nonostante Carlei ricorra a nomi importanti del panorama cinematografico internazionale quali Douglas Booth, Hailee Steinfeld e ancor più Paul Giamatti, il film non decolla neanche sul piano emotivo lasciandoci con l’idea che i propositi dichiarati su carta restino soprattutto lì o – se vogliamo dirla con un’immagine – imbrigliati nello schermo. [m.l.t.]

13.45
Serviva un piccolo film franco-lussemburghese, Ma maman est en Amérique, elle a rencontré Buffalo Bill di Marc Boreal e Thibaut Chatel, fatto di linee semplici, pochi colori e qualche spruzzata di fantasia, per risollevare almeno un po’ i destini dei lungometraggi d’animazione al Festival di Roma. Archiviato il pessimo Planes, ci siamo messi alle spalle anche il deludente Metegoal di Juan José Campanella, coproduzione tra Spagna e Argentina che cerca di replicare gli schemi narrativi, comici e anche estetici dei blockbuster animati statunitensi. Risultato mediocre e solito mix di scrittura sfilacciata e strizzate d’occhio agli adulti. Onesto e calibrato su un pubblico di bambini, invece, Ma maman est en Amérique, elle a rencontré Buffalo Bill, che cerca di ragionare sull’elaborazione del lutto e sulle difficoltà di comunicazione tra figli e genitori. [e.a.]

11.45
Presentato stamane in concorso al Festival Acrid (Gass) di Kiarash Asadizadeh, dramma corale di amore, odio e convenzioni sociali sullo sfondo dell’Iran contemporaneo. Protagoniste sono quattro coppie i cui destini si intrecciano e si avvolgono, in una spirale di rancori e sentimenti repressi. Sebbene sia debitore – come conferma la sostanziale circolarità del racconto – a Il cerchio di Jafar Panahi (Leone d’Oro a Venezia nel 2000), Acrid riesce comunque a convincere, grazie alla forza delle sue storie e alla potenza di alcune sequenze, a partire da un incipit lancinante. [d.p.]

 

Domenica 10 novembre

23.48
Accoglienza poco calorosa al Teatro Studio dell’Auditorium per Il venditore di medicine di Antonio Morabito, presentato stasera Fuori Concorso: un ritratto a tinte plumbee del sistema sanitario nazionale con Claudio Santamaria nel ruolo di Bruno, un informatore medico senza scrupoli perfettamente integrato in un sistema basato su corruzione e comparaggi. L’azienda farmaceutica cui fa riferimento però non è soddisfatta del rendimento delle varie aree di lavoro e minaccia licenziamenti: per l’uomo è l’inizio di una disperata corsa per la sopravvivenza, lungo la quale rischierà di tradire non solo se stesso ma anche chi lo circonda. Idea interessante che non rende piena giustizia alle proprie potenzialità, incappando in una serie di leggerezze che finiscono per indebolire l’intero progetto [p.c.]

23.30
Presentato questa sera al pubblico dell’Auditorium Come il vento, nuovo film del regista di Riparo, Marco Simon Puccioni. Nella pellicola, Valeria Golino incarna Armida Miserere, una delle prime donne italiane direttrici di carcere, il cui compagno di vita, Umberto Mormile (incarnato nel film da Filippo Timi) fu ucciso in un agguato della ‘ndrangheta. Statico e poco interessato a fornire dettagli sul lavoro quotidiano di una preziosa servitrice dello Stato, Come il vento si concentra troppo sul trauma personale e affettivo della sua protagonista, perdendo l’occasione di rivivificare il cinema civile nostrano. [d.p.]

20.06
Nel pomeriggio, dopo aver seguito (non senza patimenti e depressioni) il pomeriggio calcistico, ci siamo tuffati al Maxxi per la proiezione di un blocco di cortometraggi inseriti nel programma di CinemaXXI. Arrivati in leggero ritardo, abbiamo perso Just Like Us di Jesse McLean, che apriva la selezione, ma fortunatamente non ci siamo persi i tre titoli rimanenti: Theatrum orbis terrarum di Salomé Lamas, Gangster Backstage di Teboho Edkins e The Buried Alive di Roee Rosen rappresentano tre diverse rappresentazioni (im)materiali dell’ingegno, della capacità di fondere realtà e finzione, di riscrivere la Storia e le storie che l’attraversano. Gesto artistico vitale, sincero e sincretico, perennemente in fieri, infinito eppure mai inconcluso. In una parola: arte. [r.m.]

13.42
Dopo l’intensità emotiva di Her, ci voleva un bell’exploitation movie per colpire ulteriormente nel bersaglio: operazione riuscita alla perfezione con Song’e Napule, poliziottesco neomelodico diretto dai Manetti Bros. Avvincente, divertente, condito da un’ironia perpetua e spiazzante, il film dei Manetti riporta alla mente l’epoca d’oro della produzione di genere italiana, quando sullo schermo si avvicendavano i volti di Tomas Milian, Maurizio Merli, Franco Gasparri e Massimo Girotti. Poliziotti carogne ma pronti a tutto pur di affidare i criminali alla giustizia, camorristi, cantanti, un’umanità surreale ma viva, pulsante, credibile. La speranza è che non si perda nei meandri oscuri della distribuzione nostrana… [r.m.]

11.40
Stalingrad 3D: delusione pressoché completa. Vista l’importanza del soggetto è giusto togliersi la curiosità di vederlo, ma alcune parti sono davvero troppo enfatiche, mentre la ricostruzione dello scenario bellico (se si esclude il tono funereo dell’impianto scenografico, quello sì veramente riuscito) è senz’altro inferiore sia a quella del film diretto nel ’93 dal tedesco Joseph Vilsmaier, di sicuro il migliore del lotto, che a quanto si è visto nel successivo e già discutibile Il nemico alle porte. Tornando al filmone russo in 3D, ci sono scene di battaglia, ahimè, che fanno pensare con raccapriccio a certi giocattoloni action/bellici hollywoodiani, roba alla Michael Bay per intenderci! [s.c.]

11.00
L’amore ai tempi dell’informatica più a-social che mente umana possa concepire. Lo racconta Her, atteso nuovo lungometraggio di Spike Jonze presentato in concorso al Festival. Protagonista è Joaquin Phoenix nei panni di Theodore, un uomo solitario che per vivere scrive missive per conto terzi. Da poco separatosi dall’amata moglie, Theo acquista un sistema operativo parlante e interattivo, a cui dona la voce Scarlett Johansson. Tra l’uomo e il programma nascerà una relazione dalle imprevedibili conseguenze. Excursus nelle complesse dinamiche dei sentimenti arricchito da un cast d’eccezione e dalle musiche – very trendy – degli Arcade Fire, Her passa in rassegna una serie di elaborate relazioni dialettiche: uomo/donna, uomo/macchina, uomo/voce, uomo/immagine, realtà, videogame e via discorrendo, ma le sue considerazioni non sempre colgono nel segno e il suo gioco dall’indubbio ingegno finisce per mostrare la corda. Applausi convinti e scroscianti hanno accompagnato i titoli di coda del film. [d.p.]

09.00
Serata all’insegna della tenerezza e dell’amore per l’arte ieri all’Auditorium, dove sul palco della sala Petrassi si sono incontrati l’hongkonghese Yonfan e lo statunitense Alexandre Rockwell per presentare i loro nuovi lavori, rispettivamente: il cortometraggio Lu e il lungo Little Feet, entrambi in CinemaXXI. Avvolgente e ipercromatico, Lu è un lavoro sull’Opera Cinese, volto a restituirne il sorprendente dinamismo e le incredibili acrobazie. Il ritorno sul grande schermo di Rockwell – tra i principali esponenti dell’indie americano anni ’90 – è invece un omaggio affettuoso al cinema e inteso come gioco infantile dalla creatività libera e irrefrenabile. Realizzato con la complicità dei suoi due figli e girato in un impeccabile bianco e nero sgranato, Little Feet è un inno all’arte e alla vita e al loro perpetuo e sempre sorprendente intreccio. [d.p.]

 

Sabato 9 novembre

23.59
Questa sera nell’ambito dei film selezionati per il Concorso ufficiale è stato presentato alla platea degli accreditati Entre Nos di Paulo e Pedro Morelli, una sorta de Il grande freddo in salsa brasiliana. Un gruppo di amici agli inizi degli anni Novanta si ritrova in una meravigliosa tenuta di campagna per trascorrere alcuni giorni insieme: per cristallizzare il momento decidono di seppellire delle lettere indirizzate a loro stessi, con la promessa di dissotterrarle e rileggerle a distanza di dieci anni, ma quello stesso giorno un drammatico incidente stravolgerà le loro vite. Nel frattempo un decennio è passato ed è tempo di riconfrontarsi non solo con i sogni e le aspettative di allora, ma anche con le frustrazioni e le difficoltà del presente: rivivere tutti insieme sotto lo stesso tetto porterà a galla una serie di questioni. Panorami mozzafiato e location invidiabili per i Morelli – rispettivamente padre e figlio – che firmano un classico film sull’amicizia, sulla crescita, sui compromessi della vita: tanto scorrevole quanto prevedibile, paga purtroppo la presenza di una quota un po’ troppo massiccia di cliché, fra dialoghi ispirati, schitarrate e barbeque fallimentari. [p.c.]

20.22
Applausi e quasi ovazioni per Lettera al Presidente di Marco Santarelli, primo documentario in concorso in Prospettive Doc Italia, sorta di eccentrico catalogo di missive spedite, nel periodo che va dal ’45 al ’69, alla massima istituzione dello Stato. Doppia operazione di recupero di materiali – da un lato le lettere provenienti dagli archivi del Presidente della Repubblica (che vengono lette, di volta in volta, da diversi narratori), dall’altro il repertorio del Luce – che porta a una strana divaricazione audio-visiva, affascinante ma non del tutto convincente. Soprattutto, alla lunga si ha l’impressione che l’immagine di repertorio finisca per essere esornativa rispetto alle lettere, mentre le lettere scelte appaiono spesso troppo sopra le righe, come in cerca più di un grottesco postumo che di uno scandaglio degli umori del paese. [a.a.]

18.30
Soffermiamoci per qualche riga su due dei titoli più commercialmente rilevanti della sezione Alice nella città: il derivativo e fiacco Planes di Klay Hall e il transalpino Belle et Sébastien di Nicolas Vanier. L’obiettivo di entrambe le pellicole è una rampante scalata del box office. Il lungometraggio prodotto dalla Disney scimmiotta senza fantasia Cars (il titolo meno convincente della Pixar), non offre nulla di rilevante dal punto di vista tecnico e non vale più di evitabili straight-to-video come La sirenetta II – Ritorno agli abissi o Il re leone 3 – Hakuna Matata. Meglio del disastro preventivato, invece, l’avventura per piccini Belle et Sébastien, tenuta in piedi da oculate scelte di casting (il protagonista tascabile Félix Bossuet, Tchéky Karyo in formato nonno, la bella Margaux Châtelier e il possente pastore dei Pirenei) e dalla suggestiva ambientazione. Poteva andare decisamente peggio. [e.a.]

14.47
In una mattinata piuttosto affollata, mentre la Sala Petrassi accoglieva la dolorosa vicenda umana di Ron Woodroof, nella sala del Maxxi si svolgeva l’anteprima stampa de Las brujas de Zugarramurdi, divertente comedy horror vergata dalla folle mano di Álex de la Iglesia. Una corsa sfrenata che mette insieme horror stregonesco, noir, road movie e chi più ne ha più ne metta. Spassoso, il modo perfetto per iniziare la giornata. Lo stesso non si può invece dire, purtroppo, per La luna su Torino, nuovo capitolo all’ombra della Mole del cinema di Davide Ferrario, che sembra voler replicare le sorti del fortunato – ma anche sovrastimato – Dopo mezzanotte. Qui tutto si fa ancor più artefatto, superfluo e stancante, tra una citazione di Leopardi e una panoramica notturna sulla città. Però c’è chi ha gradito molto. [r.m.]

11.00
Applausi convinti degli addetti ai lavori alla proiezione stampa di Dallas Buyers Club, la nuova pellicola firmata da Jean-Marc Vallée, che ha aperto la seconda giornata della kermesse capitolina. L’ultima fatica del pluri-premiato cineasta canadese, presentata in concorso, tocca le corde del cuore grazie ad una sceneggiatura calibrata, una regia straordinariamente efficace, ma soprattutto alle interpretazioni offerte da McConaughey, Garner e Leto. Il film ripercorre la vera e drammatica odissea legale e sanitaria condotta dal texano Ron Woodroof, che nel 1985 contrasse il virus dell’HIV e si batté negli anni Ottanta per la libertà di cura. In serata da non perdere il red carpet per la presentazione al pubblico (ore 19.30), al quale seguirà la consegna del primo riconoscimento ufficiale di questa ottava edizione, assegnato proprio a Vallée, il Vanity Fair Award. [f.d.g]

01.51
Ed è giunto anche il momento di Tales from the Dark 1. Altri tre episodi, stavolta diretti da Simon Yam, Chi Ngai Lee e Fruit Chan. Quest’ultimo, grande eretico del cinema hongkonghese, regala un crudele e ossessionante resoconto dei riti ancestrali, in un episodio in cui il melò si lega all’horror e perfino al documentario. Spassoso l’episodio di Chi Ngai Lee, con un Tony Leung Ka Fai a dir poco strepitoso e un ritmo da horror-comedy che si riallaccia alla memoria storica del cinema della città stato. Ma notevole è anche l’episodio diretto da Simon Yam (a sua volta interprete), follia visionaria dai rivolti perfino politici. Un modo eccellente per chiudere la prima giornata di festival. [r.m.]

 

Venerdì 8 novembre

21.36
Arriva la sera, la sala stampa si svuota. Nonostante accanto a noi non sia seduto nessuno, sentiamo un respiro affannoso alle nostre spalle, a metà tra un russare convulso e il tentativo di riprendere fiato. Ci giriamo da una parte e dall’altra. Nessuno. Forse gli spettri di Tales from the Dark 2 hanno davvero invaso l’Auditorium? [r.m.]

19.03
Arrivano le proiezioni pomeridiane e in Sala Petrassi cala l’oscurità: Tales from the Dark 2 (alle 22.30 sarà la volta del capitolo primo) si compone di tre episodi diretti rispettivamente da Gordon Chan, Lawrence Lau e Teddy Robin. Tre racconti dell’orrore che non aggiungono un granché alla storia del genere ma – soprattutto nel caso di Lau e Robin – intrattengono con una certa vivacità lo spettatore. Più risate che brividi, ma il risultato (almeno in parte) è raggiunto. [r.m.]

18.30
Ottimo esordio questa mattina per le proiezioni stampa del Festival con Snowpiercer di Joon- ho Bong, presentato Fuori Concorso. Il geniale regista sudcoreano di Memories of Murder e The Host questa volta si cimenta con la fantascienza distopica realizzando un fascinoso blockbuster denso di azione e innervato di metafore socio-politiche. Per porre fine al surriscaldamento globale, la terra infatti è stata congelata in quella che sembra una perpetua glaciazione e gli unici superstiti viaggiano ad libitum su un treno governato da una locomotiva in grado di autoalimentarsi e governata dal suo stesso creatore. Ma come nel Titanic anche qui vige una rigida divisione per classi: i poveri stanno in coda e sono oggetto di ogni tipo di privazione, mentre i ricchi risiedono nella testa del treno, tra mille agi. La rivolta è imminente e a guidarla – purtroppo – è l’inespressivo Chris Evans, ma quando finalmente questi si troverà faccia a faccia con il divino ingegnere, anche la sua presenza nel cast assumerà un chiaro significato. Il confronto tra i due interpreti è impari, ma perfettamente funzionale. [d.p.]

16.00
Inizia così così l’ottava edizione del Festival di Roma per il cinema italiano. Discreto il nuovo film di Marra, L’amministratore; male, molto male, il nuovo Veronesi, L’ultima ruota del carro. Marra prosegue un discorso documentaristico che ha avuto già buone prove in L’udienza è aperta e in Il gemello, uno scandaglio della napoletanità che, con L’amministratore, come da titolo, segue gli spostamenti di un amministratore di molti condomini, dal Vomero ai quartieri più popolari, tra cui il rione Sanità. Con una regia completamente al servizio dei suoi personaggi, Marra riesce a mostrare come, in una città così eccentrica quale è Napoli, la funzione dell’amministratore condominiale abbia una esplicita funzione sociale: risolve controversie, cura legami, gestisce il vivere civile. Di Veronesi, invece, già da tempo ci si domandava che film potesse aver fatto e come mai fosse rimasto invisibile così a lungo. Oggi lo possiamo dire: è un film del tutto sbagliato, con Germano forse nel ruolo peggiore della sua carriera e mai così a disagio e con un racconto che va avanti per piccole gag sparse senza un filo conduttore. Le ambizioni di Veronesi di voler raccontare quarant’anni del nostro Paese – visto dalla parte degli ultimi – non riescono, laddove gli eventi storici si susseguono senza una motivazione narrativa (dall’omicidio Moro ai Mondiali dell’82, a Berlusconi), ma solo per strizzare l’occhio allo spettatore che riconosce l’evento e si dovrebbe compiacere solo per questo, per averlo vissuto anche lui o per averne una sorta di memoria filogenetica. L’ultima ruota del carro appare perciò una sorta di paradigma involontario di come il nostro cinema medio sia ormai irrimediabilmente incapace di raccontare storie e di fare un affresco storico. [a.a.]

 

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