Cannes 2018 – Minuto per minuto

Cannes 2018 – Minuto per minuto

Quinlan approda sulla Croisette e arriva il momento del tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Dalla selezione ufficiale alla Quinzaine des réalisateurs e alla Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2018!

Cannes 2018 archivia l’edizione numero settanta e si lancia in un nuovo decennio, portando con sé novità (almeno per la stampa) ancora tutte da decifrare. Il tappeto rosso è sempre più rosso e l’attesa per alcuni film e autori si fa come al solito spasmodica. Andrà tutto secondo i piani? Due settimane o poco meno di cinema; la corsa verso la conquista della Palma d’Oro è aperta. Come sempre, cercheremo di raccontarvi un po’ di Croisette, tra accenni critici sui film, note sparse, impressioni e aneddoti. Buona lettura, e buon divertimento!

Sabato 19 maggio 2018
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23.41
Se ancora non foste a conoscenza, ecco i vincitori.
Palma d’Oro per il miglior film: Shoplifters di Hirokazu Kore-eda
Palma d’oro Speciale: Le livre d’image di Jean-Luc Godard
Gran Premio: Blackkklansman di Spike Lee
Premio alla Regia: Pawel Pawlikowski per Cold War
Premio della Giuria : Capharnaüm di Nadine Labaki
Premio alla Sceneggiatura (ex-aequo): Alice Rohrwacher per Lazzaro felice e Nader Saeiav e Jafar Panahi per 3 Faces
Premio per l’Interpretazione Femminile: Samal Yeslyamova per Ayka
Premio per l’Interpretazione Maschile: Marcello Fonte per Dogman
Camera d’Or per la miglior Opera Prima: Girl di Lukas Dhont
Palma d’Oro per il miglior cortometraggio: All These Creatures di Charles Williams
Menzione speciale a: On the Border di Wei Shujun

23.33
Si prova una profonda tristezza durante la visione di The Man Who Killed Don Quixote, il film “maledetto” di Terry Gilliam scelto come chiusura. La tristezza di un’operazione che vive tra i morti – ed è dedicata a chi vi ha preso parte e non è mai arrivato alla fine – e non sa che postura assumere. La tristezza di un sogno, quello dell’immaginario, che Gilliam affronta ancora come i giganti (produttivi?) che lo vorrebbero distruggere. La tristezza anche di un film completamente sbagliato, cinematograficamente quasi indifendibile, girato e montato in modo approssimativo. C’era da piangere in sala. Una proiezione funestata dalla terrificante cerimonia di chiusura, una pacchianata di cui si serberà un ricordo pessimo, a parte la gioia per il vincitore, l’inatteso Hirokazu Kore-eda. [r.m.]

16.52
Si avvicina il momento in cui si annunceranno i premi di questa settantunesima edizione, ma qualche riconoscimento viene già assegnato. Fa piacere sapere che Samouni Road di Stefano Savona ha ottenuto l’Oeil d’Or come miglior documentario. Una vittoria ovviamente dedicata alle vittime di Gaza dei giorni scorsi. [r.m.]

10.20
L’ultimo dei film in concorso di Cannes 71, presentato ieri sera, è apparso anche uno dei più solidi della selezione: The Wild Pear Tree, che segna il ritorno alla Croisette di Nuri Bilge Ceylan a quattro anni di distanza dalla Palma d’Oro per Il regno d’inverno, è il ritratto dolente di una famiglia intellettuale piccolo-borghese e della sua inanità verbale: lunghi dialoghi che non scalfiscono le rispettive rigidità, piccoli tradimenti e furti tra padre e figlio, ambizioni letterarie deluse e, intorno a loro, la natura con la sua forza primigenia e con il suo alone di mistero. Su tutto, e su tutti i personaggi, aleggia l’eterno ritorno della disillusione esistenziale, e quel senso di vuoto che non si può nascondere con il sarcasmo come fa il protagonista, ma che va accettato nel suo abisso come fa suo padre. [a.a.]

 

Venerdì 18 maggio 2018
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18.36
Accolto malissimo dalla stampa, in realtà Ayka, film del regista kazako Sergej Dvortsevoj, non arriva a occupare il fondo della classifica dei titoli presentati quest’anno in concorso alla Croisette, stabilmente in mano – ci sembra – a Les filles du soleil. Ayka ha una regia nervosa come quella dei Dardenne e racconta una storia molto simile a quella di Rosetta, mostrandoci anche delle realtà spaventose e realistiche (come il crudele spennamento dei polli). Ciò in cui il film convince meno è nel voler fare dell’etnografia urbanizzata, così come in Tulpan – La ragazza che non c’era (diretto dallo stesso Dvortsevoj nel 2008) si faceva dell’etnografia rurale e da cartolina. La protagonista, infatti, è kirghisa e vive illegalmente a Mosca, e dunque tutte le sue rogne – e tutte le forme di sfruttamento che subisce – derivano dal fatto che è una straniera, una clandestina. Ayka perciò finisce per diventare un film deterministico, in cui le disgrazie della donna si accumulano in maniera incontrollata, e dove comunque si percepisce una certa distanza tra il regista e il suo personaggio, visto che non riesce mai a farci percepire un minimo di emozione e/o di commozione. [a.a.]

18.30
Presentato alla Quinzaine (non nuova all’animazione e nemmeno agli anime), Mirai of the Future è il nuovo lungometraggio di Mamoru Hosoda (Summer Wars, The Boy and the Beast), tra i nomi più talentuosi e gettonati dell’industria degli anime post-Ghibli. Da Mirai arrivano conferme e qualche dubbio, sostanzialmente di natura produttiva (ovvero, la resa un po’ meccanica di alcune sequenze in cgi). Il centro gravitazionale di Mirai è come sempre la famiglia, qui declinata in una graziosissima dimensione minimalista e circoscritta (restiamo quasi sempre all’interno della casa). La componente fantasy è ad altezza bambino, un percorso di crescita e accettazione dell’ultima arrivata, Mirai, la sorellina del piccolo Kun. Linee chiare e tondeggianti, colori vivissimi, una fiumana di sentimenti, qualche lacrima. Mirai non ha la portata drammatica di Wolf Children o la creatività travolgente de La ragazza che saltava nel tempo, è un film piccino piccino. Come il suo adorabile protagonista. [e.a.]

17.50
Ed eccoci ai premi di Un Certain Regard, sezione con 18 film (6 opere prime). Il presidente della giuria Benicio Del Toro e i giurati Annemarie Jacir, Kantemir Balagov, Virginie Ledoyen e Julie Huntsinger hanno assegnato i seguenti premi:
Prix Un Certain Regard: Border di Ali Abbasi.
Prix du scénario: Sofia de Meryem Benm’Barek.
Prix d’interprétation: Victor Polster per Girl de Lukas Dhont.
Prix de la mise en scène: Sergei Loznitsa pour Donbass.
Prix Spécial du Jury: Chuva é cantoria na aldeia dos mortos di João Salaviza et Renée Nader Messora. [e.a.]

13.22
Il cinema, il sesso e l’omicidio come coazione a ripetere sono al centro di Un couteau dans le coeur di Yann Gonzalez presentato in concorso a Cannes. Protagonista è Vanessa Paradis nei panni di una produttrice di porno gay che deve vedersela con un serial killer che elimina i suoi attori. Teorico, derivativo e assai ripetitivo, Un couteau dans le coeur a tratti diverte ma resta evidente il suo status di operazione. Bisogna stare al gioco, o lasciare perdere. [d.p.]

13.10
Siamo ormai alle ultime battute di Cannes 71. E, in attesa del chiacchieratissimo film di chiusura hors compétition, The Man Who Killed Don Quixote di Terry Gilliam, è stato possibile recuperare un altro dei titoli fuori concorso, Libre di Michel Toesca, documentario ambientato al confine tra la Francia e l’Italia, zona di attraversamento dei migranti e di serrato pattugliamento della polizia fraontaliera. Toesca sceglie di raccontarci questa tragedia usando come tramite un eroe locale, l’agricoltore Cédric Herrou, che si è preso in carico l’onere di aiutare più migranti possibili, ospitandoli in casa sua, nutrendoli, aiutandoli a superare la frontiera, sostenendoli dal punto di vista burocratico. Ne nasce un film pauperistico – la qualità delle riprese è tutt’altro che buona – ma sentito, commovente, sincero e pieno di voglia di essere liberi, perché la libertà – come ci dice Herrou – è fare quello che è giusto fare in questo momento e cioè aiutare in ogni modo chi viene in Europa per sfuggire alla fame e alle guerre. E questo va fatto anche se significa violare la legge, perché quando la legge intende annichilire le primarie esigenze di sopravvivenza dell’uomo allora è giusto infrangerla. [a.a.]

12.12
The Gentle Indifference of the World del kazako Adilkhan Yerzhanov è un curioso oggetto che s’imposta innanzitutto sull’universale conflitto città-campagna seguendo un tipico racconto di perdita dell’innocenza. Macchina fissa, astrazione e rarefazione in dialoghi e situazioni che spesso mirano a una conclamata poeticità, riferimenti colti (il titolo del film è ripreso da Albert Camus), grande ricerca sul colore e la luce: e, più di tutto, un divertente tono di grottesco, alle prese con la corruzione di un orizzonte sociale messo in scena per sintesi simboliche. Bizzarro, sbilenco, interessante anche nel suo squilibrio. Per Un certain regard. [m.s.]

 

Giovedì 17 maggio 2018
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22.24
Capharnaüm, il film di Nadine Labaki presentato in concorso, ha tutti gli elementi di furbizia per spingere una giuria che si concentri sui “temi” ad assegnargli un premio, magari anche rilevante: c’è la baraccopoli, i bambini che crescono in mezzo alla strada, maltrattati anche dai propri genitori, la sposa-bambina, il carcere minorile, l’immigrazione clandestina, il sogno di raggiungere l’Europa, lo sguardo ad altezza bimbo, il traffico d’infanti. Si potrebbe continuare a lungo. Un film ricattatorio, che usa in maniera scriteriata musiche ad effetto, ralenti e droni, e che anche da un punto di vista politico sembra dare un calcio al cerchio e uno alla botte (si veda la messa in scena della polizia libanese). Fotografia fin troppo accurata, montaggio sbarazzino. Francamente difficile da digerire. [r.m.]

20.05
È come sempre solidissimo il cinema (documentario o di finzione) dello scozzese Kevin Macdonald (Marley, Life in a Day, State of Play), qui a Cannes con Whitney, biopic che ricompone tassello dopo tassello la parabola della cantante afroamericana Whitney Houston, icona pop degli anni Ottanta e Novanta, risucchiata in un pozzo oscuro e profondo, fino alla morte prematura. Macdonald è chirurgico, scava e ricostruisce, allarga lo sguardo, ci immerge nella luce e nelle ombre. Era nata una stella… [e.a.]

18.00
Proiettato questo pomeriggio, In My Room di Ulrich Köhler, co-produzione tra Germania e Italia, è tra le piacevoli sorprese della sezione Un certain regard di questa Cannes 2018. Protagonista del film è un trentenne reporter televisivo che, dopo la morte della nonna, scopre ad un tratto che il mondo attorno a lui si è fermato ed è rimasto da solo. Si rifarà una vita nella wilderness mettendo su una fattoria e incontrerà poi un’altra sopravvissuta. Capace di cambiare più volte registro, In My Room è un dramma, un western, una love story e soprattutto un’ironica parabola sull’autarchia della Germania contemporanea. [d.p.]

14.50
A otto anni da Poetry, Lee Chang-dong torna alla regia con Burning, presentato in concorso. Un oggetto strano, sfuggente, che si presta a diverse letture: un film di contrapposizioni (le due Coree, città e campagna, poveri e ricchi, vecchie e nuove generazioni…) e di scrittura (anche sulla scrittura), di amori comunque impossibili, di colpe da espiare, di tasselli che non troveranno mai una collocazione – la bella (brutta?) Hae-mi, mai davvero contesa, mai davvero amata. Burning resta e ci lascia in sospeso, mettendoci di fronte a intricate domande. Il fuoco, il pozzo, il gatto. E il corpo. [e.a.]

13.05
È stato presentato in mattinata alla Quinzaine, un nuovo corto di Marco Bellocchio, La lotta, che riflette in maniera abbastanza basica – ma con una bella intuizione – sul compulsivo desiderio di tornare a trovare uno scopo, guardando a quel mondo di partigiani che non si rimpiangerà mai abbastanza. [a.a.]

10.42
In concorso arriva Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, che in qualche modo sembra chiudere un’ideale trilogia con L’imbalsamatore e Primo amore; un’opera che partendo da un ben noto fatto di cronaca – il delitto del cosiddetto Canaro – si muove in direzione dell’analisi di un essere desiderante, e impossibilitato ad andare al di là dei propri limiti. Un lavoro livido e che trova umanità solo nel bestiale. [r.m.]

10.30
Commedia insolita e originale, Troppa grazia di Gianni Zanasi è un oggetto curioso quanto prezioso nel panorama del cinema italiano odierno. Proiettato in chiusura della Quinzaine des Réalisateurs, il film racconta la storia di una geometra (Alba Rohrwacher) che, mentre effettua un rilievo catastale su un terreno ove sorgerà un’importante opera architettonica, scopre che qualcosa non va nelle mappe del Comune. Pronta a soprassedere pur di incassare la sua paga, dovrà confrontarsi con l’apparizione della Madonna. Imperfetto ma vitale, il film di Zanasi alterna una comicità dai toni grotteschi e sfumature fantasy, proponendo riflessioni argute sulla realtà lavorativa odierna, e i compromessi che richiede. [d.p.]

 

Mercoledì 16 maggio 2018
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19.56
Si è rivelato molto interessante il nuovo film di Zhang Ming, uno dei registi cinesi considerato appartenente alla Sesta Generazione, che ha presentato alla Quinzaine The Pluto Moment. Mettendo in scena la storia di un regista che non riesce a finire di scrivere la sua sceneggiatura e che si mette alla ricerca di esponenti tradizionali di canti funerari, Zhang ci racconta l’incomunicabilità tra le due Cine, quella urbanizzata e cosmopolita dei grandi centri e quella arretrata e semplice dell’interno, con in mezzo per l’appunto questa figura di intellettuale che in fin dei conti si sente estraneo sia all’una che all’altra. [a.a.]

18.16
Le regole della società, e i relativi paradossi delle rigidità culturali. Affrontando un tema scottante (la maternità fuori dal matrimonio in un contesto marocchino), Meryem Benm’barek esordisce nel lungometraggio con Sofia, opera prima che prende le mosse da un interrogativo sociale per indagarlo poi nei suoi assurdi risvolti e ricadute sul comportamento umano. Il senso del paradosso sul quale si svolge la vicenda (e soprattutto al quale approda) ricorda gli enigmi pirandelliani tra vita e forma, mentre più in generale Sofia può rammentare (in tono assai minore, sia chiaro) i puzzle morali ed esistenziali di Asghar Farhadi – autore del resto dichiarato dall’autrice tra i suoi preferiti. Tuttavia il film ha uno svolgimento piuttosto meccanico, e soprattutto soffre di una certa generale esilità di struttura. Per Un certain regard. [m.s.]

12.40
Ancor prima di fantasy e fantascienza, è avventura la parola chiave di Solo: A Star Wars Story, secondo tassello della Star Wars Anthology. Passato dalla affiatata coppia Phil Lord & Christopher Miller al più aziendalista ed esperto Ron Howard, ma soprattutto scritto da Jon e Lawrence Kasdan, Solo non ha la libertà di movimento di Rogue One ma non deve nemmeno sottostare a tutti paletti delle trilogie: pescato dal calderone il convincente Alden Ehrenreich (sì, certo, non è Harrison Ford…), rimesso a nuovo Chewbacca, questo spin-off viaggia a tutta velocità, inanella ottime sequenze e coglie in pieno lo spirito della saga (e del Millennium Falcon…). Woody Harrelson si cala nella parte in mezzo secondo; Emilia Clarke ci prova. [e.a.]

11.30
Sembra in qualche modo posseduto dal demone della bulimia il terzo film di David Robert Mitchell (già ammirato per The Myth of the American Sleepover e It Follows) Under the Silver Lake, in corsa per la conquista della Palma d’Oro. Muovendosi dalle parti della letteratura di Thomas Pynchon e Don De Lillo, Mitchell costruisce una detection per le vie di Los Angeles, tra assassini di cani, prostitute che hanno recitato in indie-movie, rocker gotici ed estetizzanti, teorici del complotto e chi più ne ha più ne metta. Il talento del giovane regista statunitense non è in discussione, e alcune intuizioni senza dubbio interessanti – così come il discorso sulla cultura pop e la sua infinita riproducibilità di generazione in generazione – ma nel complesso il film appare slabbrato, e riporta alla mente le ambizioni gestite in maniera zoppicante da Richard Kelly all’epoca di Southland Tales, anch’egli in concorso sulla Croisette. Molto efficace, in ogni caso, l’interpretazione di Andrew Garfield, a cui viene anche regalata una divertita citazione da Uomo Ragno… [r.m.]

 

Martedì 15 maggio 2018
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19.58
Sposando il cosiddetto “thriller dell’anima”, con Fuga Agnieszka Smoczynska ripropone una variazione sulla misteriosa duplicazione di vita di un personaggio femminile. Donna che visse due volte di ultima generazione, la protagonista Alicia/Kinga “rinasce” a una seconda possibilità dando l’avvio a un racconto intrigante e misterioso che tuttavia suggerisce una ristretta gamma di soluzioni. E la soluzione, per l’appunto, è una di esse. Algido e raffinato nella composizione audiovisiva, caratterizzato da un uso intelligente dei movimenti di macchina, Fuga sconta però una struttura narrativa che sulla conclusione si rivela più esile del previsto. Peccato, perché almeno il gusto per le atmosfere e la capacità di costruire sequenze potenti restano punti a favore dell’autrice. Alla Semaine de la Critique. [m.s.]

18.30
A partire dalle 17, al Palestinian Pavilion, è possibile per gli accreditati rendere omaggio con fiori (o anche solo portando il doloroso silenzio di chi assiste inerme a un massacro) ai morti di ieri a Gaza, e alle migliaia di feriti. In un mondo del cinema che con sempre più facilità allontana gli occhi dal reale concentrandosi solo sulle proprie minuzie, un’occasione fondamentale per ribadire la propria vicinanza a un popolo isolato e abbandonato al proprio destino. [r.m.]

18.19
In concorso è anche En guerre, il nuovo film di Stephan Brizé che come La legge del mercato (visto sulla Croisette nel 2015) si concentra sulla crisi del sistema capitalistico. Al centro del discorso c’è in questo caso la lotta degli operai di una fabbrica d’automobili di Agen, nella regione della Nouvelle-Aquitaine, che rischiano il licenziamento e sono in sciopero a oltranza da due mesi. Gli incontri sindacali, le promesse mai mantenute dai padroni, il tentativo – non troppo efficace né troppo pressante – del governo di operare una mediazione tra le parti. Cinema politico privo di compromessi e che si siede dalla parte degli operai senza dubitarne; se si esclude qualche inutile tentativo di narrazione esterna, come la nipote del protagonista che è a pochi passi dal parto, il film di Brizé appare secco e diretto. Un’operazione battagliera, con qualche passaggio a vuoto ma che viene naturale difendere. Bravissimo, come sempre, Vincent Lindon. [r.m.]

17.14
Presentato in concorso, BlacKkKlansman ci restituisce almeno in parte uno Spike Lee graffiante e ispirato, come sempre molto arrabbiato. Tra dramma, commedia e cronaca di una lotta senza fine, BlacKkKlansman cerca di rimettere a posto i tasselli storici e politici della supremazia bianca e del potere nero, dal blockbuster ante litteram Nascita di una nazione a Shaft, dal Ku Klux Klan a Stokely Carmichael, dalle Pantere Nere a Donald Trump, fino ai sanguinosi fatti di Charlottesville. [e.a.]

17.02
A cinque anni dal suo debutto alla regia con Miele, Valeria Golino torna sulla Croisette per affrontare il tema della morte con Euforia, presentato oggi in Un certain regard. Protagonista e mattatore della scena è Riccardo Scamarcio, nei panni di un imprenditore omosessuale dedito all’edonismo che, quando scopre la malattia esiziale del fratello (Valerio Mastandrea), si prende cura di lui spronandolo anche ad aderire al suo stile di vita, fino a imporgli agi e divertimenti non richiesti. Il tutto per tenere la morte, e l’idea della morte, il più lontano possibile dalla sua vita e da quella dei suoi familiari. Incentrato sugli attori e sull’alchimia tra Scamarcio e Mastandrea, Euforia non prevede particolari sviluppi narrativi e sconta, a lungo andare, l’esilità sostanziale del suo plot basico. L’intero film, d’altronde, è il resoconto di un frammento di vita situato tra l’oggi e la fine, che la Golino riempie di incontri, bugie, metafore, sentimenti. [d.p.]

16.52
C’era grande attesa nella tarda mattinata per il secondo film del regista cinese Bi Gan, il cui esordio – Kaili Blues – era stata una delle epifanie del Festival di Locarno di tre anni fa. Invece, è arrivata una parziale delusione, perché Long Day’s Journey Into Night, presentato in Un certain regard, conferma sì il grandissimo talento del giovane regista, nato nel 1989, ma allo stesso tempo mostra dei limiti, che discendono soprattutto da un eccesso di narcisismo (avvolgenti piani-sequenza, un abbagliante 3D nella seconda parte) e da un complessivo senso di vacuità e di estetizzazione. Le potenzialità ci sono – e sono lampanti – ma ora, per il prossimo lavoro, Bi Gan deve trovare, o ritrovare, anche un po’ di controllo nella gestione della sua smisurata ambizione. [a.a.]

12.15
Dopo Von Trier si può tornare con la mente alla giornata di ieri, che ha visto presentato in concorso Asako I & II del quarantenne giapponese Ryūsuke Hamaguchi, già autore del fluviale Happy Hour, presentato nel concorso di Locarno tre anni fa. Nonostante i suoi squilibri questo nuovo film conferma lo sguardo non allineato di Hamaguchi, la sua volontà di affrontare la commedia scartando sempre di lato, evitando la “diretta via”. L’eroina Asako è una grande egoista, il suo duplice amore – si fidanza con un sosia del ragazzo di cui era innamorata e che l’ha abbandonata senza dare alcuna spiegazione – è una finzione che può esistere fino a quando la giovane non cerca di adattarsi, di superarlo attraverso la privazione di una parte concreta di sé. Interessante, magari incompiuto ma non privo di fascino. [r.m.]

11.57
Gli artisti sono ingegneri o architetti? E gli assassini sono artisti? Non esiste un regista nella contemporaneità interessato come Lars Von Trier a indagare l’ontologica verità dell’umana miseria, e della sua esplicazione attraverso la materia. The House That Jack Built, presentato fuori concorso – ovviamente avrebbe strameritato di partecipare alla corsa per la Palma, ma il ritorno sulla Croisette dopo essere stato “persona non grata” glielo ha probabilmente impedito – è il racconto che un serial killer fa delle proprie opere d’arte (scelte a caso, dice lui, tra le decine ‘create’) mentre si incammina verso l’Inferno. Ed è la summa in qualche modo del cinema e del pensiero del regista danese, che torna a ragionare sul concetto di dominio e di potere, sull’abominio naturale, sull’omicidio di massa come dimostrazione di un ingegno, di un ragionamento lucido, e mai come raptus di pura follia. Sostenuto da un’ironia volutamente sgradevole e disseminato di violenza esplicita – mentre sotterranea si fa sempre più pressante quella psicologica – The House That Jack Built è un’opera devastante, che lascia senza fiato. [r.m.]

 

Lunedì 14 maggio 2018
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18.56
Partendo da questioni serie come responsabilità e senso di colpa, con En liberté! Pierre Salvadori dà vita a una scatenata commedia di caratteri e situazioni, spesso affidata a cinismo e gioco sulla messinscena della violenza. Ben interpretato da un quartetto di attori sui quali spicca Adèle Haenel (Les Ogres, La ragazza senza nome, 120 battiti al minuto) in vesti meno consuete di brillante comédienne, En liberté! solleva frequenti quesiti riguardo alla commedia francese, spesso “borghese” e affidata a orizzonti narrativi fin troppo reiterati. Tuttavia Pierre Salvadori scarta abbastanza da questa tendenza generale cercando di sporcarsi col “politicamente scorretto” e mischiando generi cinematografici. Commedia di poliziotti e criminali con uscite esilaranti nell’universo bondage, giocando pure con le convenzioni del cinema di genere tramite voli di fantasia. Ritmi sostenuti di narrazione, e più volte risate a scena aperta. Alla Quinzaine des Réalisateurs. [m.s.]

16.55
È limpido il cinema di Debra Granik: chiaro ma mai didascalico, indipendente ma non indie, fedele a una poetica e a una visione del mondo (della società, degli uomini, della natura…) invidiabile. Un po’ come Kelly Reichardt (Wendy and Lucy, Meek’s Cutoff, Night Moves), altra eroina del cinema indipendente a stelle e strisce, entrambe capaci di raccontare e raccontarci un’America non standardizzata. Luoghi e paesaggi da (ri)scoprire, da osservare da vicino. Alla Quinzaine, in replica in serata, ci si è potuti addentrare tra i boschi di Leave No Trace. È limpido il cinema di Debra Granik… [e.a.]

16.02
Ogni tanto fa bene allontanarsi dal centro del festival, il Palais, e dal relativo bailamme della Croisette per andarsi a vedere qualcosa ad ACiD, sezione autonoma e parallela della kermesse francese, i cui film selezionati vengono proiettati spesso in sale periferiche di Cannes. Come il Théâtre Alexandre III, piccola e accogliente monosala dove oggi è stato proiettato Cassandro the Exotico!, documentario della francese Marie Losier dedicato al wrestler messicano Cassandro, dichiaratamente gay e dunque figura scandalosa nel machista mondo della Lucha libre. Ne nasce un ritratto amaro, doloroso e intimo – girato in 16mm – su quest’uomo giunto a fine carriera, continuamente oscillante tra l’euforia e la depressione più acuta, tra l’incredibile agilità fisica e la quasi-totale immobilità per via di incidenti che, continuamente, gli occorrono sul ring. E con il fantasma dell’horror vacui a tormentarlo… [a.a.]

14.50
Commedia convenzionale solo a tratti divertente Le grand bain di Gilles Lellouche, fuori concorso a Cannes 2018, si indirizza prevalentemente a un grande pubblico in cerca di un paio d’ore d’evasione. Forte della sua idea di partenza, ovvero la partecipazione ai mondiali di nuoto sincronizzato della prima squadra maschile francese, il film segue lo schema collaudato di Full Monty ed epigoni, intrecciando i problemi personali (i soliti fallimenti lavorativi e sentimentali) di un gruppo di cinquantenni in crisi e puntando tutto sul semplice inserimento del suo cast stellare (tra gli altri: Guillaume Canet, Mathieu Amalric e Benoît Poelvoorde) in una situazione bizzarra. [d.p.]

13.10
Una delle liete sorprese del festival, per molti “il” film di Cannes 2018. Girl di Lukas Dhont, giovanotto esordiente dalle idee molto chiare, mette in scena una storia di trasformazione fisica che viaggia su due binari: il percorso transgender di Lara (Victor Polster, davvero sorprendente il lavoro sui dettagli, sulle sfumature, su quei piccoli gesti cosi adolescenziali e femminili), psicologicamente e fisicamente complicato, e i durissimi e dolorosissimi allenamenti per diventare una ballerina professionista. Ormoni e danza en pointe; danza en pointe e ormoni. Una routine quotidiana sfibrante, fatta di incredibili rinunce, di mutazioni fisiche. Una quotidianità di continue rimozioni, di identità celate, sognate, disperatamente inseguite. [e.a.]

12.45
Wim Wenders conferma il declino inarrestabile del suo percorso cinematografico presentando a Cannes fuori concorso nientemeno che un film su Papa Francesco. Pope Francis – A Man of His Word è un ritratto molto istituzionale – prodotto dalla stessa Città del Vaticano – in cui Bergoglio monologa e pontifica, e non poteva fare altrimenti, in maniera sostanzialmente ininterrotta. Dov’è Wenders in tutto questo? Perché non ha provato a mettere in scena un minimo di interlocuzione e di personalità autoriale? E dov’è il cinema in tutto questo, in questo mega-spottone della Chiesa Cattolica? Non c’è, evidentemente. Eppure Pope Francis – A Man of His Word viene presentato – in modo totalmente ingiustificato – fuori concorso qui al Festival di Cannes. [a.a.]

11.21
Un applauso convinto ha accolto i titoli di coda di Shoplifters (in originale Manbiki kazoku, letteralmente “una famiglia di taccheggiatori”), film che ha aperto in concorso la seconda e ultima settimana di festival. Hirokazu Kore-eda torna a ragionare sui temi fondativi del suo cinema: i legami di sangue, il concetto di ‘famiglia’, lo sguardo sull’infanzia e dell’infanzia sul mondo. Lo fa raccontando una storia tra le più dolorose e spietate della sua carriera, un ritratto di un gruppo umano che ha deciso di essere una famiglia ma si scontra con le regole della società, che non fa sconti a nessuno e non può avere pietà. Evitando qualsiasi tipo di retorica e di moralismo, Kore-eda forgia un racconto di padri e madri che tali non sono solo da un punto di vista biologico e legale. [r.m.]

 

Domenica 13 maggio 2018
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22.40
Stanchi di un cinema troppo convenzionale? Forse lo invocherete a gran voce dopo la visione di Muere, monstruo, muere! di Alejandro Fadel presentato oggi a Cannes in Un certain regard. Co-produzione tra Argentina, Cile e Francia, il film parte come un noir- poliziesco, con un’indagine su una donna decapitata, la prima di una serie. Poi, tra echi lynchani, un poliziotto indio che non dorme mai, un sospettato che sente “le voci” e una natura misteriosa che lancia i suoi segnali (nebbie, paesaggi western e incombenti montagne) Muere, monstruo, muere! approda al fantasy, all’horror e infine al monster movie, propinandoci una creatura corpulenta ermafrodita dotata di vagina dentata e di lunga coda peniforme. Realizzato per stupire e dare scandalo, Muere, monstruo, muere! lascia soprattutto un po’ interdetti. [d.p.]

20.05
Presentato alla Semaine de la Critique, Chris the Swiss è un documentario-inchiesta sulle circostanze della morte di un giornalista nella guerra civile jugoslava, condotta dalla cugina che usa gli strumenti della sua arte, l’animazione, riuscendo a sposarla perfettamente con la cruda realtà. Una caduta negli abissi della coscienza, uno spaesamento morale, a fronte di ciò che Anja ha scoperto, e che scopriamo con lei. Spaesamento simboleggiato dall’immagine stilizzata delle onde dell’inizio del film, che non lesinerà veri e propri pugni nello stomaco, a partire dal cadavere stesso del cugino nella camera mortuaria e dalle immagini delle fosse comuni in Croazia. [g.r.]

19.19
Scocca l’ora del primo dei due titoli italiani in concorso, Lazzaro felice di Alice Rohrwacher. Costruito come un’allegoria sull’impossibilità di sopravvivere alla conoscenza dell’umana crudeltà e ignavia, il film si divide in due parti distinte, la prima incentrata su uno sguardo rurale che può riportare alla mente l’Olmi de L’albero degli zoccoli e il Bertolucci di Novecento, e la seconda (metropolitana) che invece insegue vagheggiamenti pasoliniani e zavattiniani. La Rohrwacher si dimostra autrice complessa e stratificata, e una delle più intelligenti direttrice d’attori della sua generazione, e il film nonostante un finale forse meno coraggioso di quanto si poteva immaginare colpisce il centro del bersaglio, portando sul gigantesco schermo del Grand Théâtre Lumière un cinema ellittico, metaforico senza forzature eccessive del reale, in grado di lavorare sul fantastico in modo terraceo. Tra i titoli migliori del concorso, checché ne dica parte della pattuglia di accreditati italiani al festival. [r.m.]

13.40
Il cinefilo si rassicuri, Fahrenheit 451 di Ramin Bahrani (99 Homes) remake dell’omonimo film di François Truffaut e trasposizione del celebre libro di Ray Bradbury, non è l’operazione di lesa maestà che era facile immaginare. L’adattamento firmato a quattro mani da Ramin Bahrani e Amir Naderi possiede infatti qualche interessante idea di aggiornamento, allargando la faccenda dell’olocausto dei libri anche a VHS, pellicola, MiniDV e quant’altro e alludendo dunque all’attuale dipartita di formati analogici e magnetici. Peccato che Bahrani non abbia particolare dimestichezza con le sequenze d’azione e, soprattutto, che in questo remake la questione degli uomini-libro diventi una sorta di piano B e la memoria si trasformi in qualcosa di inoculabile. Che valore avrà una conoscenza innata, deprivata di ogni sforzo cognitivo? Il film dimentica di chiederselo. [d.p.]

12.20
La necessità di fare/vedere cinema. Il racconto di un’illusione e identificazione negate, lo scontro con gli steccati culturali che il potere politico alimenta tramite censura e divieti di fare libera arte, specie nei confronti dell’universo femminile. Se una cultura e un popolo sono fatti di vita e autonarrazione, all’Iran di 3 Faces sembra mancare il necessario specchio della libera rappresentazione. Così il cinema e pure la narrazione televisiva si trasformano in sogno vagheggiato, amato e lontano, in occasione d’evasione e anche in idealizzata opportunità di riscatto. E anche in territorio di potere suo malgrado, dove si finisce per identificare nel professionista di cinema una figura salvifica. Realizzato nel Nord-Ovest azero di cui Panahi è originario, 3 Faces interroga anche il tempo del proprio paese, tramite tre figure femminili che si confrontano o si sono confrontate con la dimensione del cinema. Tre volti, uno giovane che cerca strade da extrema ratio nell’autorappresentazione ricattatoria, uno istituzionale, l’altro rimosso. Jafar Panahi fa cinema come sfida e risposta a una necessità. Fare film e riflettere sulle sue possibilità di realizzazione si tramutano in inevitabile momento unitario. In concorso. [m.s.]

11.37
La giornata si è aperta con la proiezione in concorso del nuovo film di Jafar Panahi, su cui verrete aggiornati tra poco. Ma è forse il caso di ricordare come oggi passino, all’interno di Cannes Classics, due gemme purissime e un po’ dimenticate – forse persino sconosciute per le nuove generazioni cinefile – come I diamanti della notte di Jan Němec e Iene di Djibril Diop Mambéty. Il primo rappresenta la voglia della nuova onda cecoslovacca di trovare il proprio immaginario e le proprie traiettorie narrative fuori dalle imposizioni sovietiche, il secondo è la testimonianza di un’Africa che voleva emanciparsi dal giogo europeo. Due momenti di libertà e progresso racchiusi in due opere visionarie e preziose. Doppietta imperdibile. [r.m.]

 

Sabato 12 maggio 2018
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23.37
La serata finisce nel peggiore dei modi alla Quinzaine des réalisateurs, dove era in programma Mandy di Panos Cosmatos, figlio di George Pan assurto a mito del nerdismo oltranzista con l’esordio Beyond the Black Rainbow, “vecchio” oramai di otto anni. Mandy mostra tutta la vacuità dell’approccio registico di Cosmatos, che pensa che prendere brandelli di Lynch, di Sam Raimi, di Clive Barker, di Nicolas Winding Refn e di Rob Zombie sia:
a) Divertente
b) Dimostrazione di autorialità spiccata
Irritante, vacuo, inutile, stanco, pretenzioso. Se ne poteva tranquillamente fare a meno. [r.m.]

21.12
C’è da rimanere sconcertati per l’approssimazione registica, recitativa e politica con cui Eva Husson ha messo in scena il racconto delle combattenti curde in Les filles du soleil, presentato in concorso. Narrativamente confuso e balbuziente, girato con scarsissimo senso dello spazio e del movimento (non si capisce contro chi combattano queste combattenti, perché sembrano sparare a casaccio), Les filles du soleil però manca soprattutto quelli che sembrerebbero essere i suoi obiettivi ultimi. Infatti, invece di raccontarci il presente della militante interpretata con eleganza e signorilità fuori luogo da Golshifteh Farahani, il film ci mostra per la maggior parte del tempo il passato della donna, quando era ancora una vittima indifesa degli uomini. E allora tutto il senso dell’operazione – rappresentare un episodio di eroismo e orgoglio femminile contemporaneo – va a farsi benedire. Tanto più che queste donne si fanno sempre aiutare dai rappresentanti del “sesso forte” per vincere le battaglie, perché per la Husson è scontato che da sole non ce la possono fare. E, magari, sono pure distratte dal fatto che pensano costantemente – in maniera ossessiva – a figli e mariti lontani o morti. Se allora Eva Husson crede che la donna debba stare in casa a sorvegliare il focolare, non si capisce per quale motivo abbia fatto questo film. Les filles du soleil è, insomma, un pessimo servizio alla causa curda. [a.a.]

16.36
Torna sulla Croisette la comicità grottesca e surreale dell’islandese Benedikt Erlingsson con Woman at War presentato stamane alla Semaine. Per la sua opera seconda, il regista di Storie di cavalli e di uomini ci immerge nuovamente nei vasti paesaggi d’Islanda per raccontarci le vicende, un po’ comiche e un po’ avventurose, di una donna che lotta contro la locale fabbrica di alluminio con veri e propri atti di sabotaggio, armata di arco, frecce, cesoie e quant’altro. Il tutto per difendere la sua terra e il suo ecosistema. Tra personaggi surreali eppure umanissimi, pecore onnipresenti, cieli continuamente spazzati dal vento, Erlingsson intesse la sua parabola ecologica scandendola inoltre con brevi intervalli musicali offerti dai musicisti in scena, una sorta di coro da tragedia greca sempre pronto a punteggiare il racconto. [d.p.]

16.34
Un racconto morale (e anche un po’ moralista) su una madre degenere. Opera prima della regista Vanessa Filho, Gueule d’ange, presentato oggi in Un certain regard poggia tutto sulle performance delle sue interpreti, una basculante Marion Cotillard, madre perennemente intenta ad alcolizzarsi vestita di paillettes, e la piccola Ayline Aksoy-Etaix, che veste i panni della sua bambina settenne, dapprima incarnazione di uno sguardo severo sulla genitrice, poi sempre più aderente a una sua mimesi. Innamorata delle sue belle interpreti, la regista si prodiga in soggettive ad altezza bambina, cambi di fuoco, macchina a mano sull’ondeggiante e alticcia Cotillard, ma sembra più interessata a esibire abiti, trucco e scenografie pop che a delineare davvero i suoi personaggi. Per lo spettatore non resta che attendere i servizi sociali. Arriveranno? La suspence è tutta qui. [d.p.]

16.19
Dopo The Eyes of Orson Welles, arriva un’altra delusione dai documentari sul cinema della selezione di Cannes Classics: Bergman – A Year in a Life, diretto da Jane Magnusson, è infatti una confusa e dilatata raccolta di aneddoti, peggiorata dal fatto che il film si presenta per quello che non è: la disamina precisa di un unico anno della straordinaria carriera del Maestro svedese, vale a dire il 1957, quando in un sol colpo realizzò due dei suoi massimi capolavori, Il settimo sigillo e Il posto delle fragole. Dopo un incipit in cui la Magnusson dà l’impressione di impostare bene il tema, poi Bergman – A Year in a Life deraglia paurosamente, saltando di palo in frasca – dall’infanzia alla vecchiaia di Bergman – e lasciandosi affascinare troppo dalla tentazione di smitizzare il mito, di renderlo umano e, persino, patetico. Inutile dire, a questo punto, che il miglior film sul(la fine del) cinema visto qui a Cannes non potrà essere che Le livre d’image di Jean-Luc Godard. [a.a.]

15.55
Una delle certezze del Festival di Cannes è la presenza delle pellicole sudcoreane. Non sempre in concorso (o Un Certain Regard), ma sicuramente tra fuori concorso e “proiezioni di mezzanotte”. Insomma, cinema di genere, blockbuster, titoli per il grande pubblico. Costantemente di alta qualità, quantomeno sul piano produttivo: a volte deludenti (The Villainess), spesso corroboranti (Train to Busan) e in alcuni casi folgoranti (The Wailing). L’edizione 2018 ci regala la solidissima spy story The Spy Gone North (Gongjak) di Yoon Jong-bin, atmosfere noir, fluviale ma sempre teso e concreto, politicamente assai incisivo. Nord e Sud, Seoul e Pyongyang, un discorso oggi attualissimo, forse al punto di svolta. Ancora una volta, il cinema sudcoreano affronta di petto storia, politica e zone oscure. Divertente, commovente, cucito addosso a Hwang Jung-min. [e.a.]

14.25
Antropologia e cinema di genere. Interesse etnico e grande saga. Rito e tragedia. Per il suo nuovo lungometraggio Pájaros de verano, Ciro Guerra, che stavolta codirige in coppia con la sua compagna Cristina Gallego, allestisce un’opera appassionante e polifonica che ragiona su natura e cultura, su società arcaiche e capitalismo, su dinamiche collettive e perdita dell’innocenza. Politico, ineluttabile nelle sue tragiche cadenze, potente per messinscena e intelligenza registica. Ambizioso e fedele fino in fondo alle proprie ambizioni. Film d’apertura della Quinzaine des Réalisateurs, recuperato con qualche giorno di ritardo… [m.s.]

 

Venerdì 11 maggio 2018
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23.55
Giornata finalmente positiva qui alla Croisette dove, dopo il grande ritorno di Godard, si è potuto assistere – sempre in concorso – al nuovo fondamentale tassello della filmografia di un autore, il cinese Jia Zhangke, che si dimostra capace ogni volta di ripensare il suo cinema in maniera inusuale e sempre diversa. In Ash is Purest White Jia mette in scena l’amore melodrammatico e impossibile tra una donna e il boss di un paesino di provincia, e nel far questo ragiona come al solito sui repentini cambiamenti della Cina – in un arco temporale che va dal 2001 al 2018 – e, soprattutto, riflette sul senso dell’immagine e sul fatto che, in fin dei conti, la stessa protagonista del film finisce per perdere la sua corporeità e diventa immagine digitalizzata e spappolata, un blow-up che non rimanda più a un reale, sparito nel nulla come la storia di una civiltà ultra-millenaria. [a.a.]

22.24
Marzo 2011, prime avvisaglie della guerra civile in Siria. Opera prima in lungometraggio, Mon tissu préféré di Gaya Jiji non vuole essere, per esplicita dichiarazione dell’autrice, un film di cronaca diretta. Si propone invece come un “film sulla famiglia”, di cui indaga oscurità, condizionamenti, competizioni, sentimenti di rivalsa. La guerra, in qualche modo, crea un’instabilità che trova risonanze nelle interiorità degli esseri umani. Al centro, un’intensa figura femminile, che a poco a poco conduce il film in un territorio ambiguo tra realtà e immaginazione, tra norma e desiderio. Intelligente, intrigante, ben intagliato in un’originale riflessione culturale. Per Un certain regard. [m.s.]

21.15
Presentato in concorso, Plaire, aimer et courir vite di Christophe Honoré è un melodramma in bilico tra dialoghi dilatati,très chic, perfettamente in linea con buona parte dell’autorialità transalpina e post-Nouvelle Vague e un lavoro di sottrazione (e perfino negazione) di un sesso cercato, trovato ma lasciato fuori campo, appena accennato, nascosto nell’ombra. Sentimentalismi preziosi e una parabola amara e inevitabile su le SIDA, cupo mietitore della comunità omosessuale negli anni Novanta. Amore, morte e battuage. [e.a.]

19.50
Presentato nella sezione Séances de minuit, Arctic è l’opera prima del brasiliano Joe Penna, è un puntuale e solido survival film ed è soprattutto l’ennesima dimostrazione dello spessore attoriale e del magnetismo di Mads Mikkelsen. Sono l’imponente fisicità e il fascino quasi animalesco dell’attore danese a rendere immediatamente credibili e realistiche le fatiche e le dure prove affrontate dal protagonista. Un film di poche parole (fino al commovente hello), di decisioni capitali, di ostacoli fisici e psicologici, di linee tracciate su una mappa. [e.a.]

18.10
Le Livre d’image è il ritorno a Cannes in concorso di Jean-Luc Godard, e non fa che sottolineare la totale alterità del suo cinema dal resto della programmazione festivaliera: un saggio sul significato dell’immagine, del frammento che si oppone alla parola/dogma, al monoteismo fondamentalista. Un viaggio nella parola che si fa morale e nella (im)morale che si tramuta in immagine, attraverso il cinema e oltre il cinema stesso. Applausi, un po’ di fuggi fuggi, qualche dormiente e russatore e un unico fischio isolato. Quasi impercettibile, come i suoni censurati del film. La vetta del festival, finora, ma non era possibile dubitarne. [r.m.]

14.32
Così come il concorso ufficiale, anche la Quinzaine fatica a decollare. L’esordio della francese Marie Monge, Joueurs, sembra in tal senso confermare più che una mediocrità diffusa tra i film della Quinzaine una loro eccessiva contingentazione, una loro prevedibilità, cui fa eccezione finora solo Samouni Road di Stefano Savona, che – anche per i suoi limiti – appare comunque una operazione coraggiosa e inusuale. In Joueurs vediamo invece la più classica delle storie di amour fou con tanto di condimento di gioco d’azzardo e di corse clandestine, più giusto un pizzico di sesso. Costruito intorno a due giovani e lanciatissime star come Stacy Martin (Nymphomaniac) e Tahar Rahim (Il profeta), il film di Marie Monge cade a piene mani nel cliché degli antieroi belli e dannati, senza mai trovare un guizzo di personalità. [a.a.]

14.16
C’era grande attesa tra i titoli della Semaine de la Critique per Diamantino, esordio al lungometraggio per gli enfant prodige Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt che si lanciano in una sorta di avventuroso pastiche tra demenza e fantascienza sulle orme di un calciatore di successo portoghese, evidentemente costruito su Cristiano Ronaldo. C’è di tutto, dalla cospirazione governativa al cambio di sesso, dai rifugiati a due gemelle perfide, fino a dei cagnolini pelosoni alti qualche metro. In mezzo a questo bailamme visionario i due registi dimenticano il perché del film e il senso della narrazione, tirando la corda fino a farla spezzare. Talentuosi? Non c’è dubbio, ma la delusione rimane. [r.m.]

14.06
Applausi scroscianti hanno accolto la proiezione mattutina di Cold War, nuovo film del regista premio Oscar per Ida Pawel Pawlikowski, in concorso a Cannes. Ambientato nella Polonia post bellica, Cold War è una riflessione, girata con eleganza impeccabile, splendidamente fotografata in bianco e nero e in formato 4:3, sulla patria e sull’amore folle che ad essa ci lega. In principio, Pawlikowski declina il suo argomento attraverso un’interessante immersione nel folklore nazionale, poi la sua metafora si fa più convenzionale quando l’amour fou diventa quello tra un uomo e una donna, e Cold War si trasforma in una sorta di Giulietta e Romeo ai tempi della cortina di ferro. [d.p.]

 

Giovedì 10 maggio 2018
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22.06
Come potrebbe diventare la Thailandia tra dieci anni, se perdurasse la dittatura militare che (nel quasi totale silenzio mediatico occidentale) sta soffocando una terra libera e vitale? È la domanda che si sono posti Aditya Assarat, Wisit Sasanatieng, Chulayarnnon Siriphol e Apichatpong Weerasethakul – Indiegogo cita come parte del progetto anche un segmento diretto da Chookiat Sakveerakul, ma qui sulla Croisette non se n’è vista traccia -, componendo con 10 Years in Thailand, presentato fuori concorso, un film a episodi agile e a suo modo profondamente sarcastico. Quattro piccole storie declinate nei modi più disparati, dall’indie in bianco e nero di Assarat alla follia “gattesca” di Sasanatieng, dall’iconoclastia dominata da un futurismo rétro fino alla poesia del quotidiano di Weerasethakul, che continua a raccontare un paese dormiente, o in coma profondo. Diseguale ma profondamente affascinante, un’operazione che lascia il segno. [r.m.]

22.00
La guerra, la vendetta, il furore, la solidarietà virile. E poi la foresta, le suggestioni ambientali, l’amore, il sesso, il sudore, la violenza, le morti atroci, le mutilazioni, le infinite perlustrazioni di un contesto ostile. Les confins du monde di Guillaume Nicloux esplora il tòpos del film bellico-avventuroso ricorrendo a una somma di varie ispirazioni. Niente sembra di prima mano, soprattutto con puntuali, immancabili debiti nei confronti di Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Tuttavia il film non si riconverte in immediata occasione di polemica pacifista, bensì esplora in modo piuttosto originale la psicologia di guerra, evocandone un tetro fascino in atmosfere romantiche e decadenti. Ritmi fin troppo allentati, in cerca di pensose profondità, e prove diversificate dei due attori protagonisti. Al personaggio centrale di Gaspard Ulliel si preferisce l’intenso Guillaume Gouix. Alla Quinzaine des Réalisateurs. [m.s.]

17.42
La Quinzaine ha ospitato in concorso anche il nuovo lavoro documentario di Stefano Savona, Samouni Road, che si muove tra le macerie di una zona periferica di Gaza, distrutta dall’esercito israeliano. Può una famiglia riemergere dalle macerie per cercare di ricostruire, prima ancora della propria vita, la propria memoria? Un lavoro affascinante, che lega alle riprese in loco una ricostruzione animata curata da Simone Massi e qualche ipotetica ripresa notturna delle forze d’occupazione israeliane, e che affronta una delle più grandi tragedie contemporanee con uno sguardo lucido, forse fin troppo affabulatorio – oltre due ore di montaggio possono essere eccessive – ma nel complesso da difendere. [r.m.]

17.35
In mattinata, dopo il film in concorso di Serebrennikov, è stato possibile vedere in Salle Debussy Gräns (Border è il titolo internazionale), opera seconda del danese di origine iraniana Ali Abbasi, che ha tratto ispirazione da un romanzo di John Ajvide Lindqvist, già autore di Lasciami entrare; la storia di una doganiera dal fiuto formidabile per scovare paure e sensi di colpa si trasforma in un discorso sulle tradizione fiabesche nordiche – ci sono di mezzo i troll – e sul concetto di “umano”, aperto a ogni interpretazione. Interessante, ma anche piuttosto futile a ben vedere, anche se la sequenza dell’accoppiamento tra troll è ai limiti dello scult. In sala è stato comunque accolto da molti applausi. [r.m.]

12.08
La sensazione di un programma un po’ in minore per la Quinzaine di quest’anno è stata confermata dalla proiezione mattutina di Petra, nuovo film del catalano Jaime Rosales, che gioca un po’ a fare Haneke e un po’ a ragionare sulle commedie morali rohmeriane, senza riuscire ad avvicinarsi a nessuno dei modelli. Girato con un affascinante senso della messa in scena, ma troppo ambiguo verso i suoi personaggi, Rosales stanca ben presto con le sue trovate post-moderne travestite da racconto classico. [a.a.]

11.31
Il concorso della mattina ha la luce in bianco e nero (fin troppo pulita e limpida) di Summer di Kirill Serebrennikov. Il racconto della Leningrado rock dei primi anni Ottanta passa attraverso le biografie di Viktor e Mike, tra i massimi esponenti di una generazione che iniziava a uscire dalla cappa sovietica affidandosi alle rivoluzioni musicali d’oltre cortina. Peccato che Serebrennikov perda ben presto l’ago della bilancia, fermandosi a un basico triangolo amoroso e a una ribellione senza rivolta reale. Tutto aggraziato, divertito (le sequenze ‘musical’ pseudo animate su classici del rock sono però troppe), ma anche un po’ sterile. [r.m.]

 

Mercoledì 09 maggio 2018
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23.31
Orfani del restauro/completamento/ricostruzione (il termine giusto lo si troverà quando lo si potrà vedere) di The Other Side of the Wind di Orson Welles, che non è stato presentato alla Croisette per i ben noti rapporti poco cordiali tra Netflix (finanziatore dell’operazione postuma wellesiana) e il Festival di Cannes, ci si è dovuti accontentare di The Eyes of Orson Welles, documentario diretto da Mark Cousins e presentato ovviamente in Cannes Classics. Cousins, che è l’autore dell’enciclopedico e fortunatissimo The Story of Film, esplicita però i limiti che già si potevano intuire al cospetto del suo mega-bignami sulla storia del cinema: gli va (quasi) bene quando si tratta di affrontare uno o più autori a volo d’uccello, meno, molto meno, quando quell’autore deve provare ad approfondirlo e a sviscerarlo. Così i 115 minuti che ha dedicato al cineasta americano sono superficiali, pieni di retorica e ampiamente prevedibili. [a.a.]

21.12
Presentato questa sera in concorso al Festival di Cannes Yomeddine dell’egiziano A.B. Shawky è l’edificante racconto del viaggio di un lebbroso, accompagnato da un bambino orfano, alla ricerca del padre che lo aveva abbandonato, in tenera età, alle porte di un lazzaretto. Distante dall’etica neorealista, Yomeddine è una sorta di blockbuster da festival, il prodotto perfetto per chi è in cerca buoni sentimenti, location inedite, ampie spennellate di retorica. Da questo punto di vista Yomeddine non ha nessun difetto. Deve solo trovare il giusto estimatore. [d.p.]

19.50
Una giornata con Wang Bing. Siamo entrati questa mattina alla Salle du Soixantième per assistere alle otto ore e un quarto di cui si compone Dead Souls, il nuovo documentario del regista cinease che torna ad affrontare, dopo The Ditch (sua unica incursione, finora, nella “finzione”), il tema dei campi di rieducazione creati dal Partito Comunista durante il cosiddetto “Grande balzo in avanti”. Un lavoro documentale abnorme e costruito anno dopo anno per oltre un decennio. Suddiviso in due parti e dedicato (quasi) interamente ai sopravvissuti del campo di Mingshui, Dead Souls si presenta solo all’apparenza scarno e ripetitivo, trovando in particolar modo nella seconda parte un crescendo tragico di grande impatto emotivo e cinematografico. [r.m.]

16.02
Esiste almeno un tema che rasenta l’universalità storica, geografica e culturale, a qualsiasi latitudine del pianeta: l’omofobia, che fa piazza pulita di qualsiasi tentazione di relativizzazione culturale a rischio razzistico. L’odio nei confronti del diverso per orientamento sessuale riguarda e ha riguardato qualsiasi cultura nel suo manifestarsi, e c’è poco da gloriarsi dei passi avanti dell’Occidente (in fondo le conquiste dei diritti civili sono recenti, praticamente una goccia nel mare nella storia dell’uomo). Torna a confermarlo Rafiki della filmmaker kenyota Wanuri Kahiu, passato nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes. Film censurato nel proprio paese d’origine, Rafiki narra una vicenda paradigmatica tra due ragazze che scoprono la loro diversità tramite l’esperienza dell’amore. Svolgimento classico e prevedibile, certo. Ma come può esserlo il racconto di una vicenda vecchia come l’uomo, che alle “minacce” verso le consolidate certezze della cultura dominante ha sempre risposto col rifiuto e la violenza. Costumi e acconciature colorate, gusto per il romance adolescenziale (con annesso commento musicale), fino alla svolta atroce. Esile, paradigmatico, esemplificativo, ma sincero nel suo afflato libertario. [m.s.]

15.32
È cominciata ovviamente anche la programmazione di Cannes Classics, a cui manca il titolo più atteso, e cioè il completamento di The Other Side of the Wind di Orson Welles a opera di Netflix, ma che comunque regala come al solito delle perle. Oggi infatti è in programma, tra gli altri, il restauro di Enamorada di Emilio Fernández, che conferma a oltre settant’anni dalla sua realizzazione tutta la potenza di un immaginario, quello del cosiddetto ‘Indio’ Fernández, in grado di coniugare l’epica hollywoodiana e il rigore. Splendido esempio di cinema che non teme il popolare e si segnala come una delle punte di diamante dell’âge d’or messicana. [r.m.]

15.15
Tragico. Grottesco. Lucidissimo. Ma soprattutto spietato. Il cinema di Sergei Loznitsa, sempre rigoroso nella messa in scena e nella stratificata scrittura, sembra essere (un po’) cambiato dopo Austerlitz. Non nella grammatica, ma nello sguardo. Sono cambiati i suoi personaggi, oramai lontanissimi dall’innocenza di Sushenya (Anime nella nebbia). In questo senso, Donbass segna un passo ulteriore rispetto al precedente A Gentle Creature, una resa, una discesa negli inferi di un cambiamento impossibile. Macchina a mano o quadri fissi, con piani sequenza che si dilatano, restituendoci alla fine un quadro completo. E avvilente. [e.a.]

14.59
Tra gli attori più talentuosi della sua generazione (indimenticabile il suo ruolo in Il petroliere), Paul Dano esordisce alla regia con Wildlife, melodramma familiare ambientato nel Montana del 1960. Film d’apertura della Semaine, Wildlife racconta la crisi matrimoniale di una coppia di genitori (Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan) dal punto di vista del figlio adolescente. Piuttosto classico nell’impianto e trattenuto nel pathos, Wildlife procede alternando responsabilità e abbandono delle responsabilità, litigi e incertezze dei vari personaggi. Ma proprio perché troppo trattenuto sul versante sentimentale, Dano lascia i suoi protagonisti in un limbo tormentato e represso che li rende spesso incomprensibili, oltre che poco empatici. [d.p.]

 

Martedì 08 maggio 2018
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22.59
Film d’apertura di Cannes 2018, Todos lo saben segna purtroppo il capitolo meno ispirato, ad oggi, della filmografia di Asghar Farhadi. Il due volte premio Oscar (per Una separazione e Il cliente), nel raccontare l’usuale proliferare di segreti, bugie e piccole-grandi ipocrisie che insorgono dopo un grave trauma familiare (il rapimento della figlia del personaggio incarnato da Penelope Cruz) instilla gradualmente i suoi temi portanti, ovvero il denaro, la fede, il possesso, ma quando approda ai toni del melodramma non li riesce a maneggiare e si abbandona a cliché fiammeggianti di poca presa. E l’espressione di Javier Bardem di fronte a una roboante rivelazione ne è la perfetta conferma. [d.p.]

22.47
Il Festival di Cannes si apre, tra le preoccupazioni di parte della stampa per la tanto discussa scelta di Frémaux di eliminare del tutto le anteprime per spostare le proiezioni stampa in contemporanea con quelle ufficiali di gala. Un modo, secondo il delegato generale del festival – e ci sarebbe da discutere – per evitare spoiler e soprattutto cattive recensioni via social network prima delle proiezioni in abito da cerimonia. Mah. Quel che è certo è che questa novità ha costretto gli accreditati in sala Debussy a doversi subire tutta la cerimonia d’apertura, con annessi canti e motti di spirito, per poter poi vedere Todos lo saben dell’iraniano Asghar Farhadi in trasferta spagnola. Del film si parlerà tra poco, sulla cerimonia meglio stendere un velo pietoso. A un certo punto il pensiero della visione del film di Farhadi ha assunto i contorni di un supplizio di Tantalo… [r.m.]

Info
Il sito ufficiale del Festival di Cannes 2018.

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